Se il presidente americano legittima e difende la schiuma complottista cacciata da (quasi tutti) i social media

Daniele Raineri

    A lex Jones e Paul Joseph Watson sono due complottisti americani cacciati dai social media che hanno chiesto al presidente americano Donald Trump di fare pressione sulle aziende tech per essere riammessi su quelle piattaforme, che garantivano loro molta visibilità e anche profitti. Dire “complottisti” suona riduttivo nel loro caso perché sono entrambi professionisti del ramo. Jones sostiene che la strage di bambini a Sandy Hook (dicembre 2012, un maniaco omicida entrò con un fucile d'assalto in una scuola elementare e uccise 27 persone, inclusi venti bambini di sei e sette anni d'età) sarebbe in realtà una sceneggiata del governo per confiscare le armi agli americani. I suoi seguaci pedinano i genitori delle vittime per costringerli a confessare che sono attori e che non è vero nulla – e quelli hanno risposto con una causa di risarcimento per milioni di dollari. L'11 settembre secondo Jones e gli altri è un “inside job”, quindi un'operazione del governo, negli acquedotti sono versate sostanze chimiche “per trasformare i cittadini americani in gay, persino i cazzo di rospi stanno diventando gay!” e insomma il repertorio solito che negli anni è diventato triste. “Siete in pericolo!”, è uno degli slogan paranoici di Jones. Molta di questa roba è fatta circolare sotto il marchio InfoWars, agenzia di controinformazione che serve anche a vendere materiale di sopravvivenza e altri articoli e quindi garantisce guadagni.

    Ci sono altri effetti reali. Questa roba contribuisce a creare un universo fantastico e molto cupo in cui ogni cosa è possibile e che eccita i fanatici – sempre più spesso di estrema destra. I due ultimi attacchi a sinagoghe americane sono nati su forum frequentati da razzisti convinti che gli ebrei abbiano tradito la razza bianca per rimpiazzarla con popolazioni straniere e che quindi debbano essere uccisi.

    Apple, Facebook, YouTube, Spotify, Instagram e Twitter hanno cacciato Jones e altri come Milo Yiannopoulos tra l'estate 2018 e la settimana scorsa (“deplatforming” si chiama). L'attore James Woods, un fan accesissimo di Donald Trump, è stato sospeso perché in un tweet ha scritto “impiccateli tutti” riferito ai democratici (e quindi se cancella il tweet potrà di nuovo usare Twitter). Come molti prima, anche Jones e gli altri si appellano al Primo emendamento della Costituzione americana – che garantisce la libertà di parola – ma cascano male. Nessuno vieta loro di dire quello che dicono, ma un'azienda privata ha il diritto di scegliere chi vuole sulla sua piattaforma oppure no, non può essere obbligata ad accettare una richiesta di iscrizione. Non è il governo a costringerli a tacere, sono stati esclusi dai social media. La questione sembrava pacifica, ma sabato è intervenuto il presidente americano Trump che ha preso con determinazione le parti dei cacciati e dice che sta tenendo d'occhio “la censura di CITTADINI AMERICANI sui social media”. Trump ha rilanciato dal suo account personale molte di queste voci estreme e allo stesso tempo continua ad accusare i media che aderiscono a standard infinitamente più accurati di essere “fake news”.

    La linea data da Trump è chiara: le grandi aziende tech sono in combutta con la sinistra americana per zittire i liberi pensatori che stanno con me e chi non è d'accordo sta minando uno dei princìpi cardine della vita americana, la libertà di dire quello che si vuole. I suoi critici rispondono che la sua sta diventando “la presidenza InfoWars” e quando Trump rilancia i messaggi di gente che parla di scie chimiche e di stragi finte sta regalando loro una legittimità insperata – il presidente degli Stati Uniti! – e sta inquinando senza rimedio il modo in cui circolano le informazioni. Entrambe le fazioni, pro o contro, riconoscono che è una situazione senza precedenti.

    • Daniele Raineri
    • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)