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“La globalizzazione non è la fine della storia. È di nuovo tempo dell'anarchia”

Venticinque anni fa Robert Kaplan fu tacciato di pessimismo per aver predetto il caos etnico-religioso. Aveva visto giusto. Lo scrive il National Interest di ottobre

29 Ottobre 2018 alle 11:50

“La globalizzazione non è la fine della storia. È di nuovo tempo dell'anarchia”

La Nigeria, oggi 200 milioni di abitanti, potrebbe raggiungere i 750 milioni alla fine del secolo (foto LaPresse)

“Venticinque anni fa, nel numero di febbraio del 1994 dell’Atlantic, pubblicai una cover story decisamente americana: pessimista, determinista e non americano, dichiarai che la vittoria degli Stati Uniti nella Guerra fredda non sarebbe stata tanto di breve durata quanto irrilevante, a causa delle varie forze naturali, demografiche e culturali in corso nel mondo, che avrebbero travolto la visione classicamente liberale dell’America”. Così scrive sul National Interest Robert Kaplan, saggista di fama internazionale e senior fellow al Center for New American Security di Washington.

   

“A causa dello sfrenato ottimismo dell’epoca, la globalizzazione degli anni Novanta veniva utilizzata come parola d’ordine appena concepita: il pessimismo del mio saggio era profondamente alienante, se non addirittura aberrante, per molti. Il titolo scelto dall’editore diceva tutto: ‘L’anarchia in arrivo’. La gente parlava in modo bizzarro di come la democrazia si sarebbe imposta presto in tutto il mondo, senza sapere in prima persona di che mondo stessero parlando, specialmente nei paesi in via di sviluppo al di là degli hotel di lusso, dei ministeri e delle enclave residenziali protette. Per contrastare questa tendenza, ho visitato le baraccopoli delle città dell’Africa occidentale e della Turchia, confrontando la cultura della povertà nelle due regioni per trarne delle conclusioni. Sostenevo che in un mondo sempre più claustrofobico, reso più piccolo dalla tecnologia, i luoghi più oscuri in Africa potrebbero alla fine diventare centrali per il futuro dell’occidente. Infine, ho sottolineato come le interazioni politiche e sociali, inclusa la guerra, sarebbero state sempre più soggette all’ambiente naturale, che ho definito ‘la questione della sicurezza nazionale’ del Ventunesimo secolo. Mentre le pagine delle opinioni dell’epoca, sia liberali sia conservatrici, erano ossessionate dalle idee contrastanti che modellavano il mondo post Guerra fredda, osservavo le divisioni etniche, religiose e tribali già esistenti. E pensavo che questo fattore, unito a un numero sempre crescente di giovani maschi nelle società economicamente e politicamente più fragili, avrebbe ampliato le possibilità dell’estremismo e del conflitto violento. Erano all’opera forze naturali che avrebbero intensificato l’instabilità politica: se non necessariamente dappertutto, allora certamente nelle parti meno governabili del mondo. Le parti più oscure dell’Africa occidentale erano un microcosmo, anche se in forma esagerata, delle turbolenze a venire in tutto il mondo”.

  

Tutto ciò andava contro il paradigma celebrato all’epoca da Francis Fukuyama della Stanford University in “The End of History” e “The Last Man”. “Fukuyama suggerì – in una forma profonda e avvincente – che il trionfo della democrazia liberale nella Guerra fredda indicava una conclusione della storia della civiltà, poiché nessun altro sistema avrebbe mai reso gli esseri umani tanto realizzati personalmente. Questo era gradito alle élite globali le cui vite si fissavano sulla realizzazione personale. Ma era una visione estremamente americana ed eurocentrica, che non teneva sufficientemente conto di ciò che accadeva al di là dell’occidente. E non ha funzionato con quello cui stavo assistendo in Africa, medio oriente e Asia. I critici hanno detto che la mia visione oscura era demoralizzante. Ma stavo semplicemente seguendo il detto del compianto professore di Harvard Samuel P. Huntington, che diceva che il lavoro di uno studioso o di un osservatore non è necessariamente quello di migliorare il mondo, ma di dire senza mezzi termini cosa pensa stia realmente accadendo. La Sierra Leone era in uno stato politico estremamente fragile quando vi ho fatto visita, e la Costa d’Avorio, anche se impercettibilmente peggiorata, era ancora vista in occidente – secondo il cliché – come una storia di successo africana. Gli articoli dei maggiori giornali mondiali nella seconda metà degli anni Novanta dipingevano un quadro ottimistico per le prospettive di questi luoghi come di democrazie nascenti. Nel 1999, mezzo decennio dopo la pubblicazione del mio saggio, la Sierra Leone era caduta nell’assoluta anarchia, con adolescenti assetati di stupefacenti che facevano a pezzi gli arti di oltre un migliaio di civili nella sola capitale di Freetown e ne uccidevano altre diverse migliaia. Durante lo stesso periodo di tempo, un colpo di stato ha scosso la Costa d’Avorio, e il paese è caduto in un periodo di guerra civile. La guerra in Liberia è continuata fino al 2003, e la Nigeria non ha mai arrestato il suo declino come stato coerente e centralizzato. Negli ultimi anni, la Sierra Leone e la Costa d’Avorio hanno gradualmente guadagnato un minimo di stabilità, anche se la violenza politica, il tribalismo e il crimine continuano ad alzare la testa. Nel 2013-2016, Sierra Leone, Liberia e Guinea hanno registrato un grave focolaio di Ebola. Naturalmente, più lontano nel medio oriente, i crolli caotici dell’Iraq, della Siria, della Libia e dello Yemen in seguito agli interventi a guida americana o ai rigori della Primavera araba indicavano che sotto i carapaci della tirannia in quei luoghi giacevano interi vuoti istituzionali, paragonabili a quello che avevo trovato in Africa occidentale”.

  

Kaplan fa anche l’esempio della Turchia. “In Turchia, a metà del 1993, ho trovato una baraccopoli, ma di un tipo completamente diverso. C’era povertà, ma nessun crimine o dissoluzione sociale. Il mio obiettivo era mostrare che il potere geopolitico turco cresceva in rapporto a una crescente identità islamica. A quel tempo, la Turchia era una repubblica laica già da sessant’anni. L’idea che la Turchia sarebbe emersa come potenza islamica – con un controllo religioso e autoritario – non era all’orizzonte nel 1994. Ma come ho scritto allora, la stessa militanza dell’islam lo rende attraente per gli oppressi. E’ l’unica religione che è pronta a combattere. Un’èra politica guidata dallo stress ambientale, dall’aumento della sensibilità culturale, dall’urbanizzazione non regolamentata e dalle migrazioni di rifugiati è un’era creata divinamente per la diffusione e l’intensificazione dell’islam… Mi sono anche riferito al lavoro di uno storico militare israeliano, Martin van Creveld, per descrivere una ‘visione pre westfaliana di un conflitto a bassa intensità a livello mondiale’, in cui la tecnologia sarà usata [dalle bande dei guerrieri] per i loro fini primitivi. Ciò accadeva vent’anni prima che l’Isis usasse la videocamera per pubblicizzare le sue decapitazioni di ostaggi. I grandi conflitti interstatali come le due guerre mondiali non erano stati necessariamente in vista, secondo me”.

   

Il futuro, continua Kaplan ricordando il suo scritto, “sarebbe stato ‘biforcato’, tra popolazioni ‘sane, ben nutrite e coccolato dalla tecnologia’ – e quindi decisamente ottimiste riguardo alla condizione umana – e altre condannate alla violenza e all’instabilità di basso livello in molte parti del mondo da cui avevo parlato negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta. C’erano anche alcune cose su cui mi sbagliavo di grosso. In particolare, ho tracciato un legame troppo stretto tra la dissoluzione nel mondo in via di sviluppo e l’instabilità negli Stati Uniti e in occidente. Il sistema politico americano potrebbe ora essere nei guai, ma è per ragioni – come l’impatto del video e della tecnologia digitale sulla politica e la società – che hanno poco a che fare con i fattori di cui ho discusso allora. La verità è che ‘The Coming Anarchy’ ha accuratamente catturato l’inizio di un arco di dissoluzione e sconvolgimento in regioni significative del mondo che potrebbe essere completato e si sta quindi trasformando in qualcosa di nuovo. La tecnologia, in particolare, non sta tanto ampliando la geografia quanto la sta restringendo. Ciò significa che il mondo geopolitico sta diventando più piccolo, molto più claustrofobico e, di conseguenza, più nervoso, con il destino dell’occidente sempre più legato a quello dell’Africa e di altri luoghi. Mentre la popolazione nativa dell’Europa ristagna, la popolazione africana potrebbe crescere da un miliardo a fino a quattro miliardi entro la fine del secolo – e questo avviene con tassi di crescita demografica in declino. La Nigeria, la cui popolazione ammonta a 200 milioni, potrebbe raggiungere i 750 milioni entro la fine del secolo, con un’erosione concomitante del suolo agricolo. Pertanto, un’era di migrazione dal sud verso nord potrebbe essere solo agli inizi. Questo in un momento in cui, come suggeriscono gli esperti, gli effetti combinati dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e della cosiddetta stampa 3d potrebbero rendere le aziende occidentali molto meno dipendenti dal lavoro a basso costo nei paesi poveri, destabilizzandoli ulteriormente. Sebbene le classi medie stiano emergendo in un certo numero di paesi africani, ciò consentirà a più persone di votare con i loro piedi e migrare. I contadini radicati sul posto sono molto più politicamente stabili delle masse di recente alfabetizzazione e potenziate con aspettative crescenti. Non credo neppure per un momento che lo sviluppo economico, dove accade, possa alleviare gli sconvolgimenti politici in Africa o altrove. In realtà, porterà solo a grandi sconvolgimenti di un altro tipo. Come Huntington scrisse nel suo libro più importante, ‘Political Order in Changing Societies’, il cambiamento sociale ed economico nei paesi in via di sviluppo crea richieste di nuove istituzioni e una drastica riforma delle istituzioni che già esistono, portando a forme sempre più sofisticate di disordini politici. Un mondo sempre più interconnesso, afflitto da vasti mutamenti tecnologici e aumenti assoluti della popolazione nei paesi più poveri, semplicemente non può essere in pace. Ciò significa che potrei aver sbagliato nel minimizzare le grandi guerre interstatali, soprattutto in considerazione dell’incremento del potere militare in stati autoritari come la Cina e la Russia. Cambiamenti tumultuosi, sia positivi che negativi, alcuni dei quali violenti e molto importanti, devono verificarsi. Perché non ci sarà guardiano notturno per preservare l’ordine mondiale (e le gerarchie stabilite da cui dipende l’ordine). Certamente, questa è la definizione stessa di anarchia, come suggerito dal defunto scienziato politico della Columbia University, Kenneth Waltz. La mia visione di una vasta disruption geopolitica non è in definitiva pessimistica, ma semplicemente storica”.

  

(traduzione di Giulio Meotti)

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