Benvenuti alla "grande Eurosione". Dibattito sulla crisi dell'Europa e le possibili soluzioni

Il corpo politico europeo è malato ma, avverte John Bew, professore del King’s College di Londra, nel saggio “La grande Eurosione”, non c’è consenso né sulla diagnosi né sulla cura. Intanto “per l’Europa si aggira uno spettro”, lo spettro di Oswald Spengler. Gli scritti del grande storico tedesco, che tra il 1918 e il 1924 pubblicò il “Tramonto dell’occidente”, stanno tornando al centro del dibattito culturale. Tutto il pensiero occidentale è pervaso dall’influenza di Spengler che è anche il paradigma di tre libri che ritraggono l’angoscia del continente europeo.

 

Douglas Murray, Bill Emmott e Edward Luce offrono, da tre differenti prospettive, le loro diagnosi sulla malattia europea. Murray, autore di “The Strange Death of Europe: Immigration, Identity, Islam”, è il più controverso dei tre. L’Europa sta soffrendo di una perdita di significato che la rende debole e vulnerabile di fronte ai rivali. Per descrivere questo sentimento di affaticamento nei confronti della storia, oltre allo spenglerismo, Murray apre con una potente citazione del celebre romanzo di Stefan Zweig “Il mondo di ieri”. L’autore di origine austriaca nel 1942 scriveva: “Sento che l’Europa, nel suo stato di sconvolgimento, ha superato la sua condanna a morte”. Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, in “The Fate of the West: Battle to Save the World’s Most Successful Political Idea” si domanda cosa penserebbe Spengler se venisse trasportato nel 2017, e secondo il giornalista britannico, probabilmente, direbbe cose in odore di Alt-right, sull’inadeguatezza della democrazia come sistema di governo, sulla hybris che ci porta a intervenire all’estero e sulla debolezza che ci porta a fallire in quegli stessi paesi. Ma Spengler avrebbe sicuramente cercato risposte alla crisi demografica causata da una società sempre più vecchia, agli avanzamenti tecnologici sempre più rapidi. Il terzo autore citato da Bew è Edward Luce, editorialista del Financial Times ed ex speechwriter per Larry Summers durante l’amministrazione Clinton. Il giornalista in “The Retreat of Western Liberalism” preferisce invocare un contemporaneo di Spengler, Thomas Mann, che come il filosofo si lamentava di chi coltiva una sorta di “compassione per l’abisso”. Dopo una convincente considerazione sulla rottura del contratto sociale dell’occidente, il discredito della meritocrazia e il collasso della mobilità sociale hanno portato alla stagnazione della classe media. Luce teme Trump e crede che sia capace di detonare, sparare, bombardare per un errore strategico o un tweet sbagliato. In occidente, i timori di decadenza e di paralisi si manifestano orizzontalmente, lungo tutto lo spettro politico, e verticalmente, lungo la gerarchia sociale. I tre autori concordano sul fatto che qualcosa non abbia funzionato dal punto di vista economico e politico, ma c’è davvero poco consenso sulla diagnosi e sulla cura. Qualcuno cerca gli oppiacei sotto forma di un rapido aggiustamento politico, altri prescrivono il ritorno ai principi originari per tenere fermo il timone della barca statale di fronte agli agitati mari che si trova davanti. I liberali si comportano come conservatori, nel tentativo di sopravvivere stringono i denti di fronte alle sorprese amare che gli riservano gli elettori. I conservatori, invece, diventano radicali e si autoproclamano “la rottura necessaria” che degenera in un compiacente e fumoso status quo che porterà tutti alla rovina. Tra gli autori citati, Murray è il più audace. Con coraggio intellettuale affronta il tema delle decisioni prese contro il terrorismo. Se l’Europa sta morendo è perché si sta uccidendo, perché ha deciso di fallire sul controllo dell’immigrazione di massa disfacendosi dei suoi valori fondativi. L’Europa, nata dalla cultura giudaico-cristiana, greca, romana e rinascimentale, si sta infliggendo il martirio della rinuncia dei suoi valori.

 

La stanchezza esistenziale della civiltà europea ha delle radici molto profonde che affondano nel linguaggio ormai inflazionato sui diritti umani, dei quali avvocati e burocrati sono diventati i nuovi sacerdoti e nella sottovalutazione dei pericoli rappresentati dalle ideologie estremiste. Quando Angela Merkel aprì le porte ai rifugiati siriani nel 2015, lo fece per pentimento ed espiazione nei confronti del passato tedesco. L’istinto nobile della mossa della cancelliera è evaporato in poco tempo, la popolarità di Merkel è diminuita, la Germania ha iniziato a soffrire il peso dei nuovi arrivati e l’Afd è cresciuta. Il caso emblematico della Germania si riflette in tutta la realtà europea e la Brexit è la conseguenza diretta di questi stessi problemi. Secondo Murray l’Europa ha perso il suo retroterra culturale e anche l’arte ha iniziato una progressiva discesa nel parassitismo e nell’insincerità. Luce ed Emmott si pongono come sfida ambiziosa quella di studiare l’occidente per rimetterlo in sesto. Come Murray credono che il sistema liberal-democratico occidentale stia scricchiolando sotto il peso delle sue contraddizioni, ma ritengono che il nemico sia soprattutto interno. Per quanto riguarda il salvataggio del progetto europeo che nasce da un’aspirazione all’apertura che però ha dimenticato il suo ruolo di argine al tribalismo, Emmott è quello che più confida in una rinascita. L’approccio di Emmanuel Macron, per il giornalista, è più prudente rispetto a quello di Merkel. Non prescrive “più Europa”, ma “più collaborazione”. Il suo ottimismo è senza dubbio ben accetto, ma, fa notare John Bew, è come combattere una nuova guerra con le vecchie armi. Esercizi di questo genere sono necessari per ricercare l’anima europea, ma, come avrebbe pensato Spengler, a quest’anima, manca ancora qualcosa. 

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