"L'islam è l'ultima utopia della sinistra. Benpensanti alleati coi bigotti del Corano"

Contro l’introduzione del reato di “islamofobia”. “Si impone il silenzio agli occidentali e ai musulmani liberali. Perché non si parla di ‘cristianofobia’?”, scrive il City Journal

18 Settembre 2017 alle 10:10

"L'islam è l'ultima utopia della sinistra. Benpensanti alleati coi bigotti del Corano"

Foto via Wikipedia

“È un nuovo arrivato nel campo semantico dell’antirazzismo, un termine che ha l’ambizione di rendere l’islam intoccabile e sullo stesso livello dell’antisemitismo”. Così il filosofo e saggista Pascal Bruckner smonta la più micidiale accusa dei nostri giorni: “l’islamofobia”.

 

“A Istanbul, nell’ottobre 2013, l’Organizzazione della Conferenza islamica, finanziata da decine di paesi musulmani che perseguitano senza vergogna ebrei, cristiani, buddisti e indù, ha chiesto ai paesi occidentali di porre fine alla libertà di espressione sull’islam. L’intenzione dei firmatari era di fare della critica alla religione del Corano un crimine internazionale. Questa richiesta è sorta alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo a Durban già nel 2001 e sarà riaffermata quasi ogni anno. Il primo obiettivo è quello di imporre il silenzio agli occidentali, colpevoli del colonialismo, della laicità e della ricerca dell’uguaglianza tra uomini e donne. Il secondo obiettivo, ancor più importante, è quello di forgiare un’arma di esecuzione contro i musulmani liberali che hanno osato criticare la loro fede e che hanno chiesto la riforma. Il concetto di ‘islamofobia’ maschera l’offensiva, guidata dai salafisti, dai wahhabi e dalla Fratellanza musulmana in Europa e in Nordamerica per islamizzare l’intero mondo occidentale. Una grande religione universale come l’islam include un vasto numero di popoli e non può essere assimilata a un particolare gruppo etnico. Il termine ‘islamofobia’, tuttavia, invita alla confusione tra un sistema di credenze specifiche e i fedeli che aderiscono a queste credenze.

 

Dovremmo allora parlare di ‘razzismo’ o fobia anticapitalista, antiliberale o antimarxista? Nonostante le minoranze cristiane nelle terre islamiche siano perseguitate, uccise e costrette all’esilio, e siano ormai minacciate di estinzione entro la metà di questo secolo, la parola ‘cristianofobia’ non ha mai attecchito. In Francia, con la sua tradizione anticlericale, possiamo prenderci gioco di Mosè, di Gesù e del Papa, e li descriveremo in ogni posizione, anche la più oscena. Ma non dobbiamo mai ridere dell’islam. Perché questo doppio standard? Per aver criticato due gruppi islamici francesi per complicità ideologica con gli assassini di Charlie Hebdo, mi sono ritrovato davanti a un tribunale, accusato di diffamazione. Ed ecco dove emerge il più strano fattore di tutta la polemica sulla ‘islamofobia’: una parte della sinistra americana e europea a difesa della forma più radicale dell’islam. Dopo aver perso tutto – la classe operaia, il Terzo mondo – la sinistra si aggrappa a questa illusione: l’islam, ribattezzato come la religione dei poveri, diventa l’ultima utopia, sostituendo quelle del comunismo e della decolonizzazione per i militanti disincantati.

 

Il musulmano prende il posto del proletario. Ora è il credente del Corano che incarna la speranza globale per la giustizia, che si rifiuta di conformarsi all’ordine delle cose, che trascende i confini e crea un nuovo ordine internazionale, sotto l’egida del Profeta: un Comintern verde. Peccato per il femminismo, l’uguaglianza femminile, il dubbio salvifico, lo spirito critico. Questo atteggiamento politico è evidente sul velo islamico: il velo è lode ai cieli, tanto che per alcuni commentatori di sinistra una donna musulmana svelata e che sostiene questo diritto può solo essere una traditrice, una rivoluzionaria, una donna in vendita. L’ironia di questa fascinazione neocoloniale per gli uomini barbuti e le donne velate – e per tutto ciò che suggerisce un bazar orientale – è che il Marocco stesso, il cui re è il ‘comandante dei fedeli’, ha recentemente proibito l’uso, la vendita e la fabbricazione del burka nel suo paese. Chiameremo la monarchia marocchina ‘islamofobica’? Saremo più lealisti del re?  

   

Generazioni di sinistra hanno visto la classe operaia come il lievito messianico di un’umanità radiosa; adesso, disposti a flirtare con la bigotteria più oscurantista e a tradire i propri principi, hanno trasferito le loro speranze agli islamisti. Secondo il punto di vista dei fondamentalisti islamici e di molti progressisti, il musulmano dovrebbe sostituire l’ebreo, che ha disonorato il suo status ed è diventato a sua volta un colonizzatore con la creazione dello Stato di Israele. La giudaizzazione dei musulmani comportava la nazificazione degli israeliani. C’è il buon ebreo di ieri, eternamente perseguitato, e il cattivo israeliano che si è impadronito del medio oriente, imperialista e razzista. Il vero ebreo di oggi porta il copricapo e parla arabo; l’altro è un impostore e un usurpatore. Una volta stabilita l’equivalenza tra la giudeofobia e l’islamofobia, il passo successivo è quello di mettere in atto il principio di eliminazione. In questo modo l’islam è in grado di presentarsi come creditore dell’umanità nel suo complesso: siamo in debito a causa dei torti inflitti dalle Crociate, dalla ferita della colonizzazione e dall’occupazione della Palestina da parte dei sionisti, e infine per la cattiva immagine di cui soffre la religione del Profeta. (…)

  

La Francia è attaccata non perché opprime i musulmani, ma perché li libera dalla presa della religione. Offre loro una prospettiva che terrorizza il devoto, quella dell’indifferenza spirituale, il diritto di credere o di non credere, come gli ebrei e i cristiani sono in grado di fare. Passeggiate per le strade di qualsiasi grande città europea o americana e passerete vicino a innumerevoli chiese battiste, cattoliche, luterane e evangeliche, templi indù, sinagoghe, moschee, pagode. Questa pacifica convivenza di diverse espressioni del divino è una meraviglia dell’occidente. Il meglio che possiamo desiderare per l’islam non è ‘la ‘fobia’ o la ‘philia’ ma un’indifferenza benevola in un mercato spirituale, aperto a tutte le fedi. Ma è proprio questa indifferenza che i fondamentalisti vogliono sradicare”.


   

Questo articolo è apparso originariamente sul City Journal

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Commenti all'articolo

  • fabriziocelliforli

    28 Settembre 2017 - 19:07

    La paura è sacrosanta; la paura è legittima . Anche gli appartenenti alle forze speciali hanno paura: gestire la paura senza banalizzarla è cruciale. Il mare che intercorre fra i due populismi italici sta in chi lavora per conoscere la paura dei cittadini per liberarli da essa; e chi fa di tutto per mantenere noi cittadini in questa paura. A voi la scelta.

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  • luigi.desa

    18 Settembre 2017 - 16:04

    La nuova semantica preda dilaniata da maestrini di pensiero sempre un pò avvinazzati ha manipolato il significato di parole che hanno avuto un significato solido e perpetuo per secoli seculorum . A fronte di tali dispersi mentali non posso non essere volgare e sovviemmi che il cervello attraverso il midollo spinale arriva infino al coccige e lì o là ( c'è libertà di pensiero sul punto) gode di una vista panoramica dello sfintere e tale vista in qualche modo dist6urba il pensiero pensato che poi con bocca larga è espresso come verità al volgo.

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  • Andrea Pierotti

    18 Settembre 2017 - 16:04

    Mah, che dire ... punire penalmente uno che ha paura secondo me rasenta la farsa.

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    • perturbabile

      18 Settembre 2017 - 23:11

      È proprio vero, Andrea. Sarebbe come punire la claustrofobia, la fobia del sangue o la paura di volare. O, anche, la francofobia.

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    18 Settembre 2017 - 16:04

    Islamofobia? Certo che sì! Voglio correre il rischio della banalità e dell’ovvio. Chiedo: esiste ancora nel mondo qualcuno che abbia il coraggio di denunciare la maliziosa brutalità con la quale la neolingua del mainstream ha assassinato la semantica e con essa la logica, il buon senso e la possibilità stessa di discorrere in materia senza infingimenti? Esiste al mondo ancora qualcuno che abbia il coraggio di denunciare pubblicamente la “paura dell’Islam”? Sissignori: la paura di un qualcosa di tremendamente pericoloso, tragicamente reale, concretamente realizzato e altrettanto concretamente minacciato, un giorno si e l’altro pure, dai diretti interessati? La paura di essere ammazzati o sgozzati o stuprati al grido di Allah è grande? Come la vogliamo chiamare, questa paura, per non incorrere nel bizzarro reato che questa marcescente e diabolica società ha avuto il geniale intuito di rubricare in un termine che ne rovescia significato (e responsabilità)?

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