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L’AI va al voto. E la campagna elettorale cambia mestiere
Dai messaggi personalizzati ai deepfake, dagli elettori studiati uno per uno ai chatbot da influenzare. L’intelligenza artificiale è già diventata un’infrastruttura della politica
8 NOV 26

L’intelligenza artificiale non sta entrando nelle campagne elettorali dalla porta principale, con un robot candidato o con un comizio scritto da ChatGPT. Sta entrando dal retrobottega, là dove si costruiscono i messaggi, si ordinano i dati, si scelgono gli elettori da chiamare e si decide che cosa dire a chi. Ed è proprio per questo che il cambiamento è più serio di quanto sembri.
Negli Stati Uniti almeno 220 spot di questa tornata elettorale contengono materiale generato con l’AI e per mandarli in onda sono già stati spesi oltre 137 milioni di dollari. Alcuni sono caricature, altri manipolazioni aggressive: candidati mostrati mentre fanno o dicono cose mai accadute. Ma la parte più interessante è quella meno visibile. L’83 per cento degli strateghi e dei consulenti politici americani dichiara di usare regolarmente l’intelligenza artificiale. Non per fare fantascienza. Per fare campagna elettorale.
L’AI serve a setacciare banche dati, personalizzare i messaggi, capire meglio gli elettori, rendere più efficiente il porta a porta. Il democratico Abdul El-Sayed, in Michigan, ha speso 170 mila dollari per Daisychain, una piattaforma che conversa con gli elettori via messaggio. Swing Left fa registrare ai volontari memo vocali dopo gli incontri porta a porta e poi usa l’AI per analizzare centinaia di conversazioni. Tre collaboratori del democratico Saikat Chakrabarti hanno perfino usato l’AI per ricreare quasi tutti i software necessari alla campagna.
Il paradosso è che più l’AI entra nelle campagne, più la politica può tornare a essere un mestiere di persone. Se un algoritmo può fare il lavoro noioso, ordinare dati, costruire strumenti e leggere montagne di informazioni, i candidati possono dedicare più tempo a ciò che nessuna macchina sa fare davvero: guardare gli elettori negli occhi e convincerli.
Naturalmente c’è l’altra faccia. Sempre più elettori ricevono informazioni politiche direttamente dai riassunti dei chatbot: è già accaduto ad almeno il 38 per cento dei votanti. Così le campagne hanno iniziato a ottimizzare i propri siti non soltanto per Google, ma per le intelligenze artificiali, cercando di influenzare ciò che i chatbot risponderanno sui candidati. L’Economist la chiama “sloptimisation”: una specie di Seo per macchine che stanno diventando intermediari politici.
Il problema è che le macchine sbagliano. Uno studio citato dall’Economist ha trovato risposte sbagliate, incomplete o vecchie in più di un quarto delle domande elementari sui midterm. E qualcuno ha già capito come sfruttare questa debolezza: siti apparentemente giornalistici vengono creati per alimentare i chatbot con informazioni favorevoli a determinati candidati. A questo si aggiungono deepfake e falsi video. Della spesa per gli spot con contenuti AI, l’88 per cento arriva finora da campagne repubblicane e gruppi vicini al partito.
La lezione, però, non è che l’AI distruggerà la democrazia. E nemmeno che vincerà le elezioni al posto dei candidati. E’ più semplice: l’intelligenza artificiale sta diventando un’infrastruttura della politica, come lo sono stati prima televisione, sondaggi, internet e social. Può rendere una campagna più intelligente oppure più sporca, aiutare a conoscere meglio gli elettori oppure a manipolarli meglio. La tecnologia non decide da sola da che parte stare. Ma chi fa politica ha già deciso che non può più farne a meno.