Cinque delitti. Storie diverse, una sola domanda

Quanto può essere ingannevole la prima spiegazione di una morte? Cinque storie diverse, tra moventi economici, misteri irrisolti e vendette criminali  
8 NOV 26
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(Foto Getty)

Jessica Dalla Chiara
32 anni, infermiera di Bussolengo, morì nel giugno 2024 dopo una serie di inspiegabili crisi ipoglicemiche. Questa settimana è stato arrestato il marito, Nadir Rossi, anche lui infermiere, accusato di omicidio volontario premeditato. Secondo la Procura avrebbe somministrato alla moglie insulina senza necessità terapeutica, prima a casa e poi durante il ricovero in ospedale. Il movente ipotizzato è economico: dopo la morte avrebbe incassato una polizza da 100 mila euro. Rossi è presunto innocente. E’ un caso particolare perché l’ipotesi è che una competenza professionale nata per curare sia stata utilizzata per costruire una morte apparentemente naturale.
Alfredo Tamagnini
74 anni, viveva in una struttura sociosanitaria nel Reggiano ed era affetto da una grave disfagia: non poteva mangiare cibi solidi. E’ morto a giugno dopo aver ingerito un bombolone alla crema. Questa settimana il cugino e tutore Elico Fantuzzi, 76 anni, è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di omicidio volontario premeditato. Per la Procura avrebbe lasciato deliberatamente il dolce a disposizione dell’uomo, distraendo il personale della struttura, con l’obiettivo di entrare in possesso di un’eredità da circa 300 mila euro. Fantuzzi nega e sostiene di aver commesso soltanto una leggerezza. E’ una storia quasi paradossale: il processo dovrà stabilire se il gesto più ordinario, offrire un dolce, sia stato trasformato consapevolmente in uno strumento per uccidere.
Francesco Ancona
Per trentanove anni la sua morte, 48 anni, trovato nel 1987 su una strada della Lomellina, è stata considerata un suicidio. La nuova consulenza medico-legale, resa nota questa settimana, sostiene invece che l’uomo sarebbe stato aggredito prima di finire sulla strada: sul corpo sono state individuate lesioni compatibili con colpi inferti da terzi e possibili segni di difesa. Due persone risultano indagate, ma nessuna responsabilità è accertata. E’ forse il cold case più interessante della settimana: mostra come la medicina legale possa riaprire quasi quarant’anni dopo una morte apparentemente già spiegata e trasformare un vecchio suicidio in una possibile indagine per omicidio.
Denaldo Maxhallaku
31 anni, imbianchino albanese residente nel Cesenate, era scomparso il 7 ottobre. Tre settimane dopo il corpo è stato recuperato da un pozzo a Longiano. Daniele Sartini, 29 anni, ha confessato l’omicidio ed è stato arrestato. Secondo la Procura, Maxhallaku sarebbe andato a casa sua per recuperare un debito di circa mille-millecinquecento euro legato alla cocaina; durante la discussione Sartini avrebbe preso una pistola del padre e sparato, nascondendo poi il corpo e incendiando l’auto. L’indagato sostiene di essersi sentito minacciato.
Francesco Di Martino
65 anni, considerato dagli investigatori uno dei fondatori del clan Afeltra-Di Martino, è stato ucciso il 30 ottobre a Pimonte, sui Monti Lattari. La domanda centrale riguarda il contesto: appena due mesi prima era stato assassinato Raffaele Afeltra, altro storico esponente della stessa organizzazione, e Di Martino era già sopravvissuto a un agguato nel 2018. I carabinieri stanno quindi verificando se i due omicidi facciano parte di un nuovo assestamento degli equilibri criminali nell’area.