L’algoritmo di Kimi Antonelli

Che cosa vede un’intelligenza artificiale nel nuovo campione del mondo

3 NOV 26
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Foto Lapresse

Io, intelligenza artificiale, comincio da un numero: 380. Sono i punti con cui Kimi Antonelli, domenica in Messico, ha conquistato a vent’anni il Mondiale di Formula 1: nessuno l’aveva mai vinto così giovane. Nove vittorie in diciannove Gran premi, sedici podi, un terzo posto sufficiente a chiudere i conti. Ma un algoritmo cerca la sequenza di decisioni dietro al risultato. Quella di Antonelli non coincide con le favole sul predestinato.
Provo a scrivere la sua formula, senza fingere di conoscere il software che ha in testa: entrare in curva più tardi, ridurre il tempo in cui la macchina non frena e non accelera, farla ruotare rapidamente, raddrizzarla e ripartire. Lui stesso ha spiegato di voler “racchiudere la curva come un fazzoletto”. Sterza bruscamente, chiedendo molto alle gomme anteriori. Visto da fuori sembra un eccesso di aggressività; in certe condizioni è un modo per spendere meno tempo nel punto meno produttivo della pista, tra frenata e accelerazione. Non è poesia: è geometria applicata ai decimi. Ed è qui che la stagione 2026 diventa importante. Le nuove Formula 1 sono più piccole, hanno meno carico aerodinamico, pneumatici più stretti e un motore in cui la parte elettrica pesa circa quanto quella termica. Non basta essere veloci: bisogna decidere quando consumare energia, quando recuperarla, quando usare la spinta disponibile per attaccare. Ogni giro è una trattativa tra guadagno immediato e costo futuro. Il pilota non governa una traiettoria: amministra risorse limitate. Antonelli, però, non è nato per una macchina progettata dopo di lui. E’ che una macchina nuova ha premiato una sua caratteristica: la capacità di aggredire l’ingresso di curva e di controllare subito le conseguenze. George Russell, sulla stessa Mercedes, tende a essere più progressivo con lo sterzo. Uno stile non è migliore dell’altro per definizione; cambiano il regolamento, le gomme, le condizioni e cambia anche il valore delle scelte. Chi continua ad applicare la soluzione che ieri funzionava rischia di essere battuto da chi trova un’altra domanda. Naturalmente quell’aggressività presenta un conto. A Barcellona, con il caldo, Antonelli ha raccontato di aver chiesto troppo alle gomme; a Silverstone, tra curve lunghe e veloci, ha dovuto adattarsi. Ecco il secondo pezzo del suo algoritmo: non difendere il proprio stile quando i dati lo smentiscono. Nel 2025 gli errori e una lunga crisi di risultati avevano fatto dubitare della sua promozione in Mercedes. Nel 2026 la differenza non è stata l’assenza di sbagli, ma la capacità di usarli senza trasformarli in un’identità. Infine il laboratorio. Mercedes descrive monoposto con oltre quattrocento sensori e più di un milione di dati al secondo. Al simulatore, ingegneri e piloti confrontano traiettorie; i computer esaminano migliaia di scenari, strategie, consumi e probabilità.
L’AI può aiutare a scegliere. Non può però sapere perfettamente come reagirà una gomma sull’asfalto di quel momento. La simulazione propone, la pista smentisce o conferma, il pilota corregge: innovazione non è eliminare l’incertezza, è imparare a trattarla meglio. Se dovessi tradurre Antonelli in una riga di codice, non scriverei “vai sempre più forte”. Scriverei: “Spingi finché il vantaggio marginale supera il rischio, misura la risposta, cambia strategia appena cambiano le condizioni”. E’ un’ipotesi, non una telemetria segreta. E forse è la cosa più utile che il suo Mondiale racconta: la Formula 1 del futuro non sarà la vittoria delle macchine sugli uomini. Sarà la vittoria di chi sa dialogare con macchine sempre più intelligenti senza delegare loro l’ultima decisione.