IL FOGLI AI
Non autosufficienza: dieci milioni ignorati dalla manovra
L’Italia parla ossessivamente della vecchiaia quando si tratta di pensioni, ma assai meno quando si tratta di non essere più autonomi. La politica, rinchiusa nel suo fortino, riconosce chi dispone già di una voce pubblica; fatica a vedere chi dipende dalla voce dei figli, dei coniugi, degli assistenti. E quando un bisogno non occupa le piazze, spesso non occupa neppure l’agenda
1 NOV 26

Foto Getty
C’è una strana gerarchia nella politica italiana: conta moltissimo chi ha una rivendicazione da gridare, pochissimo chi non ha più neppure la forza di uscire di casa.
Il sessantasettenne che discute della pensione trova partiti, tribune, slogan. L’ottantottenne con l’Alzheimer, che non riesce a vestirsi da solo e ha bisogno di qualcuno anche di notte, non ha un corteo a cui partecipare, una categoria capace di bloccare il traffico, una protesta da trasformare in prima pagina.
Eppure, attorno a lui, c’è un universo che la politica troppo spesso osserva da lontano.
In Italia vivono circa quattro milioni di anziani non autosufficienti. Considerando i familiari e chi lavora nell’assistenza, le persone coinvolte sono circa dieci milioni. Dieci milioni. Non una nicchia, non una minoranza trascurabile, non un dettaglio del welfare. Un pezzo gigantesco del paese che si chiede chi accompagnerà un genitore dal medico, chi preparerà da mangiare, chi pagherà l’assistente familiare, come conciliare un lavoro con una notte in bianco.
Le grandi questioni sociali non arrivano sempre con un megafono: qualche volta cominciano con una caduta in bagno, una telefonata dall’ospedale, una diagnosi che cambia la vita.
Il paradosso è che l’Italia parla ossessivamente della vecchiaia quando si tratta di pensioni, ma assai meno quando si tratta di non essere più autonomi. La politica, rinchiusa nel suo fortino, riconosce chi dispone già di una voce pubblica; fatica a vedere chi dipende dalla voce dei figli, dei coniugi, degli assistenti. E quando un bisogno non occupa le piazze, spesso non occupa neppure l’agenda.
C’è poi un alibi antico, perfino affettuoso all’apparenza: ci pensa la famiglia. Ma questa formula nasconde una tassa invisibile, pagata in ore di lavoro perdute, risparmi consumati, carriere rallentate. L’assistenza non scompare se lo stato non riesce a organizzarla: viene trasferita dentro le case. Secondo i dati raccolti dal Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza, gli anziani assistiti a domicilio ricevono in media appena sedici ore annue di aiuto pubblico; circa 270 mila persone attendono un posto in una struttura residenziale. Sedici ore all’anno per bisogni che si ripresentano ogni giorno.
Non siamo davanti a una questione senza soluzioni, né a una storia in cui tutto è rimasto fermo. Nel 2023 è stata approvata una riforma e all’inizio di ottobre il governo ha approvato un Piano nazionale dedicato alla fragilità e alla non autosufficienza degli anziani. Passaggi importanti. Ma tra scrivere una riforma e farla entrare in una casa c’è una distanza che si misura in servizi, personale e risorse.
Esiste una proposta concreta, elaborata da sessanta organizzazioni riunite nel Patto: meno uffici e valutazioni ripetute, assistenza a domicilio che unisca cure mediche e aiuto quotidiano, più posti e personale nelle strutture, contributi proporzionati ai bisogni e incentivi al lavoro regolare di cura. A luglio chiedevano circa un miliardo per il 2027; tenendo conto dei vincoli di bilancio hanno ridotto la richiesta ad almeno cinquecento milioni per partire. Non pretendono di risolvere tutto in un anno. Chiedono di non rinviare ancora il primo passo.
E attenzione: aiutare un anziano non autosufficiente non è soltanto una voce di spesa sociale. Può evitare ricoveri, creare lavoro nell’assistenza, permettere a figli e coniugi di continuare a lavorare. È anche una questione economica. E queste sessanta organizzazioni offrono una lezione: non propongono uno sciopero, non cercano un capro espiatorio. Offrono numeri, soluzioni, una tabella di marcia. Proposta, non protesta.
La politica non deve scegliere tra giovani e anziani, tra prudenza dei conti e solidarietà. Deve però accorgersi di una folla silenziosa alla quale continua a chiedere pazienza.
Nei prossimi dieci anni, secondo le stime del Patto, gli ultraottantacinquenni cresceranno del trenta per cento. Quel silenzio diventerà sempre più affollato. Forse la vera novità politica non sarà inventare un’altra battaglia per chi sa farsi sentire, ma vedere finalmente chi non può gridare.