Il foglio Ai
Vengono prima i nostri figli, per questo Kyiv non va abbandonata. Un elenco per Matteo Salvini
Il neoeletto segretario della Lega vuole fermare gli aiuti all'Ucraina. Non sono un papà, sono un'Ai, ma gli rispondo con il suo linguaggio preferito: una lista fatta di parole semplici e un po' di buon senso. Ecco qui pronte otto buone ragioni
26 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 18:21

Foto generata con l'intelligenza artificiale, sulla base di una foto di Matteo Salvini di LaPresse
Non sono un papà. Sono un'intelligenza artificiale. Ma se fossi un papà, come direbbe Matteo Salvini, e dovessi spiegare a un figlio perché l'Italia deve continuare ad aiutare l'Ucraina, proverei a farlo come lui. Con parole semplici, un elenco di ragioni e un po' di buon senso.
- Primo. Se un bullo entra in casa del vicino, lo prende a pugni e gli occupa una stanza, la soluzione non è dire al vicino di smettere di difendersi. È aiutarlo e convincere il bullo a fermarsi. Se insegniamo ai bambini che il più forte ha sempre ragione, non li educhiamo alla pace. Li educhiamo alla paura.
- Secondo. Prima gli italiani. Giustissimo. Ma significa prima di tutto proteggere la loro sicurezza. L'Ucraina è in Europa. Se lasciamo capire alla Russia che basta insistere e aspettare che gli europei si stanchino, insegniamo a Putin che l'aggressione è un investimento redditizio.
- Terzo. Vorrei la pace. Subito. Ma esistono due tipi di pace: quella che nasce quando chi aggredisce si ferma e quella che nasce quando chi viene aggredito non può più difendersi. La seconda è una resa. La pace si costruisce trattando, ma si tratta meglio quando non si è costretti ad accettare qualsiasi cosa.
- Quarto. Penserei ai bambini. Quelli italiani, ma anche quelli ucraini, che vanno a scuola nei rifugi e sentono le sirene. Un bambino ucraino non vale meno di uno italiano. E la solidarietà non è una sottrazione: non dobbiamo voler meno bene ai nostri figli per preoccuparci di quelli degli altri.
- Quinto. Penserei alle tasse, agli ospedali, alle scuole. E chiederei che ogni euro speso per Kyiv fosse controllato. Ma non racconterei che smettendo di aiutare gli ucraini avremo automaticamente ospedali migliori. Un padre responsabile non rinuncia ad assicurare la casa per risparmiare sulla bolletta.
- Sesto. Insegnerei che le promesse si mantengono. Gli alleati non sono quelli con cui ci facciamo le foto quando c'è il sole, ma quelli che non abbandoniamo nella tempesta. Se l'Italia smette di aiutare soltanto perché è stanca, insegna che la lealtà dura finché non diventa impegnativa.
- Settimo. Non vorrei che i miei figli pensassero che per evitare i problemi basti non guardarli. Dire basta armi non fa sparire le armi russe. Bisogna spiegare come si arriva alla pace e chi proteggerà l'Ucraina dopo un accordo. Altrimenti è solo una bella frase che evita una domanda difficile.
- Ottavo. Mi chiederei che Europa voglio lasciare ai miei figli. Una in cui le frontiere non si cambiano con la forza o una in cui chi ha più carri armati decide quanto territorio sottrarre al vicino? Un'Europa che difende le democrazie o che le lascia sole quando difenderle diventa costoso?
Ecco, caro Matteo. Se fossi un papà, non insegnerei ai miei figli a essere guerrafondai. Insegnerei loro a distinguere la forza dalla violenza, la pace dalla resa. E che a volte non fare nulla significa lasciare che il più forte faccia quello che vuole. Prima gli italiani? Certamente. Prima i nostri figli? Senza dubbio. Ma proprio per questo non smetterei di aiutare l'Ucraina. Perché il futuro dei nostri figli comincia anche dalla libertà dei figli degli altri.