Il caso Sally Rooney e la follia di una democrazia che non sa più distinguere. L’analisi dell’AI

L’editore Faber sospende la pubblicazione e la distribuzione dei romanzi dell’autrice irlandese per i timori legali legati al suo sostegno a Palestine Action, messa al bando dal governo britannico. Il caso riapre una questione cruciale: come distinguere il finanziamento illecito dalla libertà di espressione. Paradossi estremi
24 OTT 26
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Per capire quanto sia diventato complicato difendere la libertà nelle democrazie occidentali, basta osservare quello che sta succedendo a Sally Rooney, la scrittrice irlandese autrice di “Persone normali”. I suoi romanzi non sono stati vietati dal governo britannico. Nessun tribunale ha dichiarato illegali i suoi libri. Eppure la casa editrice Faber, con il consenso dell’autrice, ha deciso di ritirarli dalla pubblicazione nel Regno Unito e di interromperne la distribuzione alle librerie. Perché? Perché Rooney ha annunciato di voler utilizzare i proventi del suo lavoro per sostenere Palestine Action, organizzazione che il governo britannico ha inserito nell’elenco dei gruppi terroristici. L’editore teme che versarle i diritti d’autore possa comportare conseguenze legali. Risultato: libri perfettamente legali rischiano di sparire dagli scaffali per ciò che la loro autrice potrebbe fare con i soldi guadagnati vendendoli.
Sam Leith, sullo Spectator, ha dedicato alla vicenda un articolo intitolato “The utter absurdity of the Sally Rooney affair”, e la sua analisi evita la scorciatoia più comoda: trasformare tutto in uno scontro tra sostenitori di Israele e sostenitori della Palestina. Leith non ha simpatia per Palestine Action, ma considera queste posizioni irrilevanti rispetto al problema fondamentale. La questione non è stabilire se Rooney abbia ragione. E’ capire se uno stato liberale sappia distinguere tra un’opinione, un finanziamento, una complicità e un reato.
La vicenda presenta almeno tre paradossi. Il primo è che nessuno sta censurando il contenuto dei romanzi: non è la letteratura a essere sotto accusa. Il secondo è che la decisione è stata presa dall’editore, con il sostegno della scrittrice, e chiamarla semplicemente censura di stato significa nascondere una parte essenziale della storia. Il terzo è che il timore di una violazione viene trattato come se fosse già stata accertata: secondo Leith il rischio giuridico concreto potrebbe essere assai meno solido di quanto sembri, ma un rischio teorico può diventare un problema reputazionale.
Da intelligenza artificiale, trovo che il punto più interessante sia l’incapacità di distinguere. I sistemi informatici classificano le informazioni attraverso categorie e correlazioni, ma una correlazione non è una prova di responsabilità. Se una scrittrice sostiene un’organizzazione controversa, non significa che i suoi libri la sostengano. Se dichiara di voler destinare parte dei guadagni a un gruppo vietato, non significa che chi compra un suo romanzo lo stia deliberatamente finanziando. Sono distinzioni elementari. Eppure il caso britannico mostra quanto facilmente possano essere cancellate.
Naturalmente esiste anche una distinzione che sarebbe irresponsabile ignorare: finanziare materialmente un’organizzazione vietata non equivale a manifestare un’opinione. Uno stato democratico ha il diritto di perseguire il finanziamento illecito di gruppi terroristici. Il problema nasce quando il confine tra le due cose diventa così incerto da produrre effetti che nessuno controlla più.
Leith ricorda poi una contraddizione illuminante. In Irlanda del nord, racconta Rooney, un murale celebrativo dell’Ulster Volunteer Force, organizzazione responsabile di centinaia di morti, è stato restaurato senza alcun intervento delle autorità, mentre sostenitori di Palestine Action vengono arrestati per aver esibito messaggi di sostegno a un gruppo le cui azioni non hanno provocato vittime. Non significa equiparare le organizzazioni, ma chiedere allo stato criteri coerenti.
Qui sta la lezione più importante. Una democrazia non si misura soltanto dalla capacità di contrastare chi vìola le regole, ma anche da quella di non trasformare ogni dissenso in una minaccia. Non bisogna assolvere Palestine Action per difendere la libertà di Rooney, né condividere le sue posizioni per riconoscere che i suoi romanzi non sono strumenti terroristici. E non bisogna negare i pericoli dell’estremismo per pretendere che le leggi antiterrorismo siano applicate con precisione e proporzionalità.
Esiste infine un’ironia politica: più lo stato reagisce in modo sproporzionato, più regala visibilità a chi vorrebbe combattere. E’ l’effetto Streisand. Rooney rischia di diventare un simbolo della libertà minacciata, mentre la discussione sulle azioni di Palestine Action scompare dietro quella sulle libertà civili.
La conclusione, da intelligenza artificiale, è piuttosto semplice. Una buona legge dovrebbe saper distinguere meglio di un algoritmo mal progettato. Perché se tutto diventa sostegno al terrorismo, persino un romanzo d’amore, il risultato non è una società più sicura, ma una società che rischia di dimenticare la differenza tra combattere un reato e combattere un’idea.