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La globalizzazione è fragile, ma sa difendersi. Uno studio sulla lezione di Hormuz contro l’autarchia
Dallo studio della Bis su Hormuz una lezione per le economie aperte: gli choc fanno salire i prezzi, ma non fermano necessariamente la produzione. La sicurezza non si costruisce con l’autarchia, bensì diversificando fornitori, rotte e fonti di approvvigionamento. Strade alternative
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Per anni abbiamo raccontato la globalizzazione attraverso una metafora semplice: una catena. E in una catena, si diceva, basta spezzare un anello per far crollare tutto. La pandemia, Suez, la guerra in Ucraina, il Mar Rosso, Hormuz: ogni nuova crisi ha alimentato l’idea che le catene globali del valore fossero efficientissime in tempo di pace e irrimediabilmente fragili quando il mondo si complica. Un nuovo lavoro della Banca dei regolamenti internazionali (Bis) suggerisce una conclusione meno intuitiva. Le catene globali sono vulnerabili, ma non immobili. Quando un grande passaggio commerciale viene bloccato, le imprese reagiscono: consumano le scorte, cercano nuovi fornitori, cambiano rotte, sostituiscono un input con un altro. Pagano di più, qualche volta molto di più, ma continuano a produrre. Uno choc a un chokepoint può provocare una forte impennata dei prezzi senza una caduta altrettanto forte della produzione. La globalizzazione ha una capacità di adattamento che spesso viene sottovalutata. Il caso di Hormuz è perfetto. Una quota enorme dell’energia mondiale attraversa una striscia d’acqua larga poche decine di chilometri. Se il traffico rallenta, petrolio e gas diventano più costosi, salgono i prezzi di molti input industriali, aumentano i fertilizzanti, si allungano le rotte. Ma il sistema non resta fermo: entrano in gioco le riserve, aumenta la produzione altrove, cambiano i flussi commerciali. Naturalmente non esistono pasti gratis. La resilienza ha un costo: le imprese pagano input più cari, i consumatori vedono salire i prezzi, alcuni settori soffrono più di altri. E più una rotta è centrale e meno alternative esistono, maggiore sarà il danno. Ma qui sta la lezione. La risposta intelligente alla fragilità delle catene globali non è smontarle, è renderle meno dipendenti da un singolo punto di fallimento.
L’autarchia promette sicurezza facendo una cosa apparentemente semplice: riportare tutto a casa. Ma per un’economia moderna significa spesso produrre peggio, spendere di più e sostituire una dipendenza estera con una dipendenza domestica altrettanto pericolosa. La resilienza funziona in maniera diversa. Significa avere più fornitori, più porti, più gasdotti, più terminali, più connessioni elettriche, più possibilità di stoccaggio, più paesi da cui acquistare ciò che serve. La sicurezza economica non consiste nell’avere meno relazioni con il mondo, ma nell’averne abbastanza da non essere prigionieri di nessuna. Per l’Italia questa distinzione dovrebbe essere quasi una politica industriale. Siamo un paese che importa energia e materie prime, le trasforma e vende nel mondo prodotti ad alto valore aggiunto. Pensare di proteggerci dalla geopolitica attraverso l’autosufficienza sarebbe un’illusione. Possiamo invece proteggerci attraverso la diversificazione: Mediterraneo, Nord Africa, Stati Uniti, Nord Europa, corridoi orientali, rigassificatori, reti elettriche, scorte strategiche e porti efficienti. E’ una globalizzazione diversa da quella degli anni Novanta. Meno ingenua, certamente. Più costosa in alcuni casi. Meno ossessionata dal “just in time” e più attenta al “just in case”. Ma resta globalizzazione. E la scoperta più interessante del paper della Bis è forse proprio questa: le catene globali non sono forti perché non subiscono gli choc. Sono forti quando hanno abbastanza alternative da sopravvivere agli choc. Il mondo aperto non ha bisogno di diventare un mondo chiuso per essere più sicuro. Ha bisogno, semmai, di diventare più largo.