Dopo gli scontri

La verità sui minorenni che devastano le città. In Europa si può punire senza mandare in carcere
20 OTT 26
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C’è una domanda che meriterebbe di essere posta ogni volta che una manifestazione degenera in guerriglia urbana, come è accaduto in questi giorni a Milano, con decine di arresti, molti dei quali di minorenni: che cosa succede, concretamente, a un minorenne che commette questi reati? E che cosa succederebbe in Germania, in Francia, in Spagna, in Inghilterra?
La risposta consente di superare una contrapposizione caricaturale: da una parte chi vorrebbe trattare i minorenni come criminali adulti, dall’altra chi fa della giovane età un lasciapassare per l’impunità. In Europa esistono strumenti per essere severi senza rinunciare alla funzione educativa della pena.
In Germania la responsabilità penale comincia a quattordici anni, come in Italia, ma il Jugendarrest permette al giudice di disporre brevi detenzioni, anche nei fine settimana o da una a quattro settimane, insieme a risarcimenti, riparazione del danno e lavori di utilità. In Spagna, sempre dai quattordici anni, esiste la permanenza di fine settimana, fino a trentasei ore in casa o in una struttura, oltre a libertà vigilata e attività a beneficio della comunità; i genitori rispondono civilmente in solido.
In Inghilterra e Galles si risponde penalmente già a dieci anni: dopo i disordini del 2024 alcuni sedicenni sono stati condannati alla detenzione, altri a percorsi educativi intensivi con risarcimenti. In Francia, dove dai tredici anni possono essere applicate pene detentive, sono previsti divieti di frequentazione, obblighi di presentazione e sanzioni per i genitori che si sottraggono gravemente ai propri doveri.
E l’Italia? Anche da noi i minorenni possono essere arrestati, processati e condannati: esistono prescrizioni, permanenza in casa, comunità, custodia cautelare e messa alla prova, il decreto Caivano ha rafforzato alcuni strumenti e i genitori possono essere chiamati a risarcire. Non è vero che manchino gli strumenti. La questione è come vengano applicati, con quali tempi e con quali controlli. La giustizia minorile non dovrebbe ridursi a una scelta tra il carcere e il nulla.
Le responsabilità vanno accertate individualmente, ma una volta accertate la giovane età non dovrebbe significare assenza di conseguenze. E c’è un grande assente nel dibattito: la vittima, il negoziante con la vetrina distrutta, il poliziotto aggredito, i cui diritti meritano la stessa attenzione riservata alle ragioni sociali di chi commette violenza.
Non esistono prove che i sistemi più severi funzionino meglio. Ma esiste uno spazio tra comprendere e giustificare, tra educare e assolvere. In quello spazio si misura la credibilità dello stato: manifestare è un diritto, devastare è un reato, essere minorenni non significa che il reato resti senza conseguenze.