Per fare un figlio non bastano bonus, asili e stipendi migliori

C’è un fattore più sottile che frena le nascite: la convinzione diffusa che il mondo di domani sarà peggiore di quello di oggi. Se uno dei problemi della denatalità fosse il pessimismo?
17 OTT 26
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C’è una domanda che quasi mai ci facciamo quando parliamo dell’inverno demografico: e se non fosse soltanto una questione di portafoglio? Stipendi bassi, case troppo care, pochi asili, lavoro precario: tutto vero. Ma esiste una variabile che attraversa paesi ricchi e poveri, con welfare generosi o modesti: la sensazione che il mondo di domani sarà peggiore di quello di oggi.
Un grande articolo pubblicato sul Financial Times da Camilla Cavendish suggerisce di guardare a un elemento trascurato: il contagio sociale. In oltre due terzi dei paesi del mondo la fecondità è sotto la soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna. Le decisioni non nascono nel vuoto. Guardiamo amici, colleghi e persone seguite sui social. Se avere figli diventa un’eccezione, smettiamo di considerarlo normale. Studi svedesi e tedeschi mostrano che quando una collega diventa madre cresce la probabilità che altre donne dello stesso ambiente abbiano un figlio. La genitorialità è anche imitazione: per essere immaginabile, deve essere visibile.
Qui entra in gioco il pessimismo. Non c’è soltanto una narrazione negativa della maternità. Ce n’è una più generale, che riguarda il futuro. Da anni ci raccontiamo che i nostri figli vivranno peggio di noi, che il pianeta è condannato, che la democrazia è prossima al collasso, che la tecnologia distruggerà il lavoro, che le guerre si moltiplicheranno. Ogni paura ha un fondamento. Ma la somma di paure plausibili non produce sempre una descrizione realistica del mondo. Può produrre una convinzione paralizzante: meglio non scommettere sul domani. E un figlio, prima ancora di essere un costo, è proprio questo: una scommessa sul fatto che il futuro meriti di esistere.
E’ il paradosso dei paesi benestanti. Mentre molte condizioni materiali dell’esistenza sono migliorate rispetto a quelle dei nostri nonni, abbiamo sviluppato una sfiducia sistematica nella possibilità di trasmettere ai figli una vita degna di essere vissuta. Un paese che si racconta senza speranza non dovrebbe sorprendersi se i cittadini esitano a far nascere qualcuno che dovrà abitarlo.
Il desiderio di figli, peraltro, non è scomparso. Uno studio di Ester Lazzari ed Eva Beaujouan, citato dal Financial Times, rileva che in dieci paesi a bassa fecondità fino alla metà delle persone, al termine dell’età fertile, rimpiange di non aver avuto più figli. Le politiche contano eccome: salari, abitazioni, asili, congedi, possibilità per le donne di non dover scegliere tra carriera e famiglia. Ma serve anche qualcosa che nessun bonus può comprare: la fiducia. Cavendish racconta che alla Tsmc di Taiwan e alla Lotte in Corea del Sud, aziende con sostegni concreti alla genitorialità, le nascite tra i dipendenti sono molto più frequenti delle medie nazionali. Aiuti materiali e clima culturale si rafforzano.
Non si tratta di colpevolizzare chi non vuole figli, né di chiedere alle donne di sacrificare libertà conquistate. Non ci sono prove che il pessimismo sia la causa principale della denatalità. Ma potrebbe spiegare una parte di quella esitazione che trasforma un desiderio in un rinvio, e un rinvio in una rinuncia. La sfida non è convincere le persone a fare figli. E’ ricostruire una società nella quale mettere al mondo un bambino non sembri un atto di incoscienza, ma una ragionevole dichiarazione di fiducia.