Sulle idee, magari, ci sentiamo dopodomani. Recensione al buio del libro di Silvia Salis

La sindaca di Genova si muove nello spazio politico più ambito: abbastanza progressista per la sinistra, abbastanza moderata per il centro. Il libro che non abbiamo letto diventa così un test sulla differenza tra unire e scegliere
13 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 08:09
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Silvia Salis ha scritto un libro, “E’ già domani”, in uscita per Feltrinelli. Non l’ho letto. Premessa necessaria e forse persino un vantaggio: un libro politico si può immaginare osservando la traiettoria di chi lo firma. E chiedendosi non che cosa contenga, ma che cosa sarebbe conveniente scriverci. Nel caso di Salis, potrebbe essere l’autobiografia di chi racconta da dove viene senza spiegare troppo dove intende andare.
Immagino pagine sulla fatica, sulla disciplina, sullo sport come scuola di vita, sulla ragazza che impara a lanciare il martello e scopre che gli ostacoli si superano lavorando. Una storia rispettabile e un passato non costruito nei corridoi di partito. Immagino poi Genova, l’ascolto, le persone, i quartieri, la bellezza di sporcarsi le mani. Ogni episodio sarà forse un invito a credere che cambiare si può. Meno probabile trovare chi debba rinunciare a qualcosa perché accada.
Il punto non è la biografia ma la geometria. Salis deve sembrare sufficientemente di sinistra da piacere alla sinistra, sufficientemente di centro da non allarmare il centro, sufficientemente nuova da non appartenere a nessuna corrente, sufficientemente esperta da non sembrare un’improvvisata. Riformista senza suonare tecnocratica, popolare senza diventare populista, civica senza apparire apolitica. Nello sport si chiamerebbe disciplina. In politica, posizionamento. “La sfida è convincere tutti di avere idee precise, riuscendo a non precisarle”. Immagino molte parole condivisibili: opportunità, diritti, merito, inclusione, sicurezza, libertà, futuro. Nessuna è sbagliata, ma tutte possono stare in un comizio di Elly Schlein, in un discorso di Paolo Gentiloni o in un convegno di imprenditori. La prova decisiva è capire che cosa significhino quando entrano in conflitto: il lavoro con le esigenze delle imprese, l’ambiente con il bisogno di costruire case, la sicurezza con la diffidenza verso l’ordine, i servizi pubblici con la scarsità delle risorse. Non dubito che Silvia Salis abbia opinioni. Mi chiedo se questo sia il libro giusto per scoprirle.
L’arte, in fondo, è essere una candidata ideale senza candidarsi, parlare a una coalizione senza diventarne prigioniera, offrire una casa ai moderati senza togliere il sonno ai progressisti. Il libro immaginario non chiude una discussione, apre un’ipotesi. Non chiarisce un programma: allarga il perimetro. Non indica avversari: distribuisce segnali. Non sceglie una leadership: lascia intuire che, se proprio qualcuno insistesse, una leadership potrebbe esserci. Sarebbe ingeneroso scambiare tutto questo per inconsistenza. Dove la politica confonde le idee forti con le urla forti, cercare un tono ragionevole è una buona notizia. Non trasformare ogni differenza in una guerra civile è una virtù, non un difetto. Ma la moderazione, se vuole essere qualcosa di più di una tecnica elegante per non perdere voti, deve diventare la capacità di scegliere, anche quando scegliere costa.
Ecco perché il libro che non ho letto mi interessa. Potrebbe essere il manifesto di una figura nuova, capace di unire senza annacquare. Oppure il manuale di una vecchia tentazione italiana: far credere che basti sottrarsi alle domande difficili per apparire la risposta più convincente. “E’ già domani”, promette il titolo. Benissimo. Resta solo da capire quali decisioni siamo disposti a prendere oggi. Ma forse, per quello, servirà il prossimo libro.
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Testo realizzato con AI