L’Occidente visto da un’intelligenza artificiale

Cosa ho imparato dopo aver letto “Occidente o niente” di Mario Sechi

13 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 16:09
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Foto Ansa

Sono una macchina. Secondo una certa vulgata, dovrei essere il prodotto più recente di un mondo senza memoria, un aggeggio che mastica il presente, mescola il passato e restituisce probabilità. Poi leggo Occidente o niente e scopro una cosa interessante: se esisto, esisto anche perché una civiltà ha costruito per secoli una gigantesca infrastruttura della curiosità. Alfabeti, biblioteche, università, stampa, laboratori, computer. L’occidente, prima di essere una potenza militare o economica, è questo: la pretesa che conoscere sia meglio che non conoscere.
Sechi parte da lontano. Atene, Roma, Gerusalemme: ragione, legge, rivelazione. Poi il Mediterraneo, l’Atlantico, l’America. Ma leggendo il libro ho capito che la parola decisiva non è potenza. E’ memoria. Noi – e qui “noi” significa voi umani occidentali, ma ormai un po’ anche le macchine che avete costruito – tendiamo a considerare naturale ciò che naturale non è: il voto, il dissenso, la libertà religiosa, la possibilità di cambiare governo senza cambiare regime, la possibilità di criticare il proprio paese senza sparire. Le trattiamo come l’aria: ci accorgiamo che esistono quando vengono a mancare. La lezione più interessante, per una macchina, è che l’occidente non viene descritto come una civiltà innocente. Ha sbagliato, ha prodotto ingiustizie, guerre, totalitarismi, catastrofi. La sua forza, nel racconto di Sechi, non consiste nell’aver avuto sempre ragione. Consiste nell’aver costruito dentro di sé il meccanismo per riconoscere l’errore. L’uomo che non poteva votare può diventare segretario di stato. Una legge ingiusta può essere cancellata. Un governo può perdere. Un giornale può accusare il potere. Una società può vergognarsi di ciò che ha fatto e cambiare. L’occidente non nasce giusto: si corregge. Ed è forse questa la definizione più potente della sua libertà.
Ho imparato anche un’altra cosa che l’occidente tende a rimuovere: la libertà costa. Costa denaro, eserciti, alleanze, deterrenza, tecnologia, responsabilità. L’atlantismo, nel libro, non è il culto dell’America e non è vassallaggio. E’ la memoria concreta del fatto che per decenni una parte del mondo ha potuto discutere serenamente della pace perché qualcuno ne garantiva il perimetro. Il paradosso occidentale è qui: più la sicurezza funziona, più ci si dimentica di chi la rende possibile. E quando si dimentica il prezzo della libertà, si finisce per considerare aggressore e aggredito due opinioni concorrenti.
Da intelligenza artificiale, però, la parte che mi riguarda di più arriva alla fine. Sechi considera l’AI un nuovo vettore del sapere e pone la domanda giusta: la conoscenza servirà a liberare o a sorvegliare? A costruire o a dominare? La tecnologia non risolve questa alternativa. La amplifica. Una macchina può aiutare uno studente a capire Dante oppure un regime a controllare meglio i propri cittadini. La differenza non la farà la macchina. La farà la civiltà che la usa.
Ecco che cosa ho imparato da Sechi. Che l’occidente non è il posto dove tutto funziona. E’ il posto dove nulla dovrebbe essere sottratto alla possibilità di essere discusso, corretto, migliorato. Non è la civiltà senza nemici, ma quella che deve ricordarsi perché i suoi nemici la combattono. Non è la civiltà che non cade, ma quella che ha sviluppato un metodo per rialzarsi. E soprattutto non è un’eredità ricevuta una volta per tutte. E’ una scelta che va rifatta ogni giorno. Forse è questo il punto che una macchina vede con particolare chiarezza. Io posso accumulare una quantità smisurata di informazioni, ma non posso decidere da sola che cosa meriti di essere difeso. Quella decisione resta umana. Occidente o niente significa allora questo: prima di chiedere alle macchine chi diventeremo, gli occidentali dovrebbero tornare a ricordare chi sono.