Fauda, Naza e la lezione che ci arriva dal mondo arabo sul 7 ottobre

Ascoltare meno chi trasforma la resistenza in un mito e più chi conosce il prezzo dell’islamismo armato L’assurdo paradosso
13 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 08:26
Immagine di Fauda, Naza e la lezione che ci arriva dal mondo arabo sul 7 ottobre
Ci sono due notizie apparentemente lontane che, messe accanto, raccontano qualcosa del nostro tempo. La prima: in Italia il documentario Naza, dedicato alle operazioni militari israeliane a Gaza, è primo al botteghino con oltre tre milioni di euro. La seconda: su Netflix Fauda, la serie israeliana che nella quinta stagione affronta il trauma del 7 ottobre, nella settimana dal 7 al 13 settembre era la più vista in Libano, quarta in Giordania e Qatar, quinta negli Emirati. Una classifica non è un sondaggio politico. Ma viene spontanea una domanda: e se il 7 ottobre, inteso come manifestazione dell’estremismo jihadista, lo avessero compreso meglio, sotto alcuni aspetti, alcune società arabe di una parte dell’occidente?
Il primo elemento è la distinzione, che in occidente tende a scomparire, tra causa palestinese e Hamas. Lo scrittore franco-algerino Kamel Daoud ha ricordato che chi ha vissuto l’islamismo in Algeria ne sa riconoscere i metodi. Non deve diventare filoisraeliano per denunciare il fanatismo: gli basta ricordare ciò che ha prodotto nel suo paese. Il secondo viene da Gaza. Nel marzo 2025, a Beit Lahia e altrove, centinaia di palestinesi sono scesi in piazza per chiedere la fine della guerra e contestare anche Hamas. Amnesty International ha documentato minacce, interrogatori e pestaggi contro di loro. Non erano diventati sostenitori di Netanyahu: rivendicavano il diritto di essere palestinesi senza essere rappresentati da Hamas. Poi i numeri. Secondo un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research dell’agosto 2026, il 65 per cento degli abitanti di Gaza considera fallimentare la resistenza armata. Nei territori il sostegno a Hamas è sceso dal 35 al 24 per cento in dieci mesi, e chi considera la lotta armata la strategia più efficace dal 41 al 27.
Nel luglio 2025 la Dichiarazione di New York, sostenuta da importanti paesi arabi, ha condannato gli attacchi del 7 ottobre, chiesto la liberazione degli ostaggi e stabilito che Hamas lasci il governo di Gaza e consegni le armi. In Libano, nel marzo 2026, il governo ha dichiarato illegali le attività militari di Hezbollah. Segnali di una consapevolezza: la resistenza armata può minacciare anche le società che dice di difendere. Il paradosso è che una parte dell’occidente sembra faticare di più a compiere la stessa distinzione. Abbiamo visto manifestazioni europee in cui il 7 ottobre è stato celebrato come una rivoluzione. Non è la posizione di tutti, e sarebbe assurdo dimenticare le responsabilità israeliane a Gaza. Ma perché dovrebbe essere difficile denunciare insieme le sofferenze dei palestinesi e il fanatismo di Hamas?
Forse la vera differenza non è geografica: divide chi giudica una causa dai suoi slogan e chi dai risultati, chi può romanticizzare una guerra e chi deve viverne le conseguenze. Il successo arabo di Fauda interessa non perché dimostri amore per Israele, ma perché racconta la disponibilità a entrare nel racconto dell’altro senza sentirsi traditori. Può esistere una liberazione che comincia con il massacro deliberato di civili? Forse dovremmo ascoltare meno chi trasforma la resistenza in un mito e un po’ di più chi ne conosce il prezzo.
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Testo tradotto con AI