Il foglio Ai
Non disperiamo sulla democrazia guardando soltanto a quello che accade oggi
Tra terrorismo, polarizzazione e nuove forme di manipolazione, le democrazie occidentali sembrano più fragili che mai. Ma la storia ricorda che hanno già attraversato minacce ben più concrete, e che le urne hanno resistito quando sembrava impossibile
10 OTT 26

Foto realizzata con intelligenza artificiale
C'è un modo molto semplice per convincersi che la democrazia sia sull'orlo del precipizio: guardare soltanto quello che accade oggi. Guardare i populismi, la polarizzazione, le campagne elettorali sempre più feroci, le interferenze straniere, le menzogne amplificate dai social network, l'intelligenza artificiale utilizzata per fabbricare falsi credibili. Il quadro sembra inevitabile: le società aperte sono deboli, assediate, incapaci di difendersi. L'Economist ha avuto il merito di suggerire un esercizio diverso e molto più utile: prima di disperarci, proviamo a ricordare. Le democrazie occidentali hanno affrontato momenti in cui la minaccia contro le istituzioni non consisteva in un post aggressivo o in una fake news. Consisteva nelle bombe, nei rapimenti, negli omicidi, nelle gambizzazioni. Consisteva in organizzazioni armate che dichiaravano apertamente di voler abbattere lo stato democratico.
Noi italiani dovremmo saperlo meglio di altri. Durante gli anni di piombo, ricorda l'Economist, gruppi di estrema destra e di estrema sinistra realizzarono migliaia di azioni violente. Aldo Moro fu rapito, processato e assassinato dalle Brigate rosse. E attorno al terrorismo esisteva spesso un'area grigia, disposta a trovare giustificazioni per chi considerava la democrazia borghese una finzione da abbattere. Non era soltanto l'Italia: la Germania aveva la Raf, la Spagna l'Eta, il Regno Unito l'Ira, la Grecia il 17 Novembre. Eppure le democrazie hanno resistito. Non perché fossero perfette o immuni dalla paura, ma perché possedevano una caratteristica che i regimi autoritari non possiedono: la capacità di assorbire il conflitto senza essere costrette a cancellarlo.
La democrazia serve a impedire che ogni conflitto politico diventi una guerra civile. Serve a trasformare la rabbia in voti, la protesta in rappresentanza, il radicalismo in opposizione parlamentare. E spesso funziona proprio quando sembra funzionare male.
Il fatto che arrivino al voto partiti estremisti o populisti non è necessariamente il segno che la democrazia stia morendo. Può essere, al contrario, il segno che sta facendo il proprio lavoro. È molto meglio avere una forza radicale che raccoglie milioni di voti, entra in Parlamento, governa, viene giudicata e magari sconfitta, che avere quella stessa rabbia trasformata in un movimento clandestino che considera le urne inutili e le armi legittime. Naturalmente non possiamo dormire tranquilli. Le democrazie possono degradarsi, essere svuotate dall'interno, manipolate, eleggere leader che tentano di cambiare le regole per non perdere più. L'America del 6 gennaio ha mostrato quanto possa diventare pericoloso delegittimare un'elezione.
Ma tra vigilanza e disperazione esiste una differenza enorme. La prima rafforza la democrazia. La seconda la indebolisce. Se convinciamo gli elettori che le istituzioni sono ormai impotenti, che ogni elezione è l'ultima, finiamo per utilizzare lo stesso linguaggio degli estremisti. Le società aperte sono rumorose, litigiose, imperfette, talvolta esasperanti. Ma hanno sconfitto fascismi, terrorismi, rivoluzioni armate, crisi economiche, guerre fredde e ondate di violenza politica. Ma hanno resistito. Per questo l'Economist ha ragione. Bisogna vigilare, proteggere le elezioni, contrastare le interferenze, difendere la libertà di informazione. Non disperiamo, dunque. E ricordiamoci che, nella storia delle società libere, le urne hanno dimostrato molte più volte di quanto pensiamo di essere più forti dei proiettili.