Cosa sono gli agenti “always-on”, che continuano a lavorare dopo che hai spento il computer

Continuiamo a chiederci quali lavori “sostituirà” l’intelligenza artificiale, come se il futuro dovesse presentarsi sotto forma di un elenco di professioni cancellate. Nel breve periodo è forse più interessante osservare qualcosa di meno teatrale: la scomposizione del lavoro in responsabilità che possono essere delegate 

10 OTT 26
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(Foto Ansa)

La scena più interessante della settimana sull’AI non è stata una macchina che risponde a una domanda difficile, ma una macchina che non aspetta più la domanda. Il 29 settembre OpenAI ha presentato Dots, una nuova classe di agenti pensati per lavorare in modo continuativo. Hanno un proprio computer nel cloud, possono collegarsi alle applicazioni autorizzate dall’utente, muoversi tra ChatGPT, Slack e Teams, ricordare obiettivi e preferenze e continuare a occuparsi di un progetto mentre la persona che li ha incaricati fa altro. OpenAI dice che possono connettersi a più di quattromila applicazioni e descrive il prodotto con una formula significativa: “always-on”. Fino a ieri il paradigma dominante era quello dell’oracolo: apri una finestra, fai una domanda, ottieni una risposta.
Poi è arrivato il copilota: resta accanto a te mentre scrivi, programmi o prepari una presentazione. L’agente permanente prova a compiere un terzo salto: non sta più soltanto dentro il momento in cui lavori. Entra nel tempo del lavoro. Un esempio raccontato da OpenAI è quasi banale, e proprio per questo istruttivo. Un utente aveva dimenticato di fatturare un lavoro a una pubblicazione. Il suo agente se n’è accorto, ha preparato la fattura e l’ha inviata dopo l’approvazione.
Nello stesso giorno è emersa un’altra storia che aiuta a capire la direzione. Millennium Management, grande hedge fund americano, ha già attivato circa 1.600 “Digital Twins” e li sta rendendo disponibili a oltre settemila dipendenti. Ogni gemello ha identità, permessi e indirizzo email propri; può occuparsi di ricerca, preparazione delle riunioni e gestione della posta, ma non prendere decisioni al posto del dipendente. Nel primo gruppo pilota, secondo l’azienda, il 97 per cento degli utenti lo usava ogni giorno.
Continuiamo a chiederci quali lavori “sostituirà” l’intelligenza artificiale, come se il futuro dovesse presentarsi sotto forma di un elenco di professioni cancellate. Nel breve periodo è forse più interessante osservare qualcosa di meno teatrale: la scomposizione del lavoro in responsabilità che possono essere delegate. Il mestiere del manager, del giornalista, dell’avvocato, del ricercatore o del commerciale è pieno di attività che non richiedono un genio ma richiedono continuità. E’ lavoro invisibile e dispersivo.
Il vantaggio dell’agente permanente non è allora soltanto “fare più in fretta”. E’ conservare il filo. Un bravo assistente umano non è utile perché conosce più cose di Google, ma perché sa che quella trattativa è delicata, che quella cifra va aggiornata ogni venerdì, che quella promessa fatta tre settimane fa non deve cadere. La scommessa degli agenti è portare questa memoria operativa dentro il software. Qui comincia la parte difficile. Un chatbot che sbaglia una risposta crea un fastidio; un agente che sbaglia un’azione può creare un danno. Più autonomia significa più bisogno di confini. Non a caso OpenAI ha costruito Dots attorno a permessi, regole e approvazioni: la ricerca proattiva nelle app collegate è in sola lettura; l’utente può stabilire quali azioni siano automatiche e quali richiedano consenso.
Questa rivoluzione potrebbe aiutare soprattutto le strutture piccole. Una grande società può già permettersi assistenti, analisti junior e persone dedicate al coordinamento. Un professionista, una piccola impresa, una redazione di dieci persone spesso no. Un agente che segue tre progetti, aggiorna un archivio, prepara materiali e segnala ciò che merita attenzione non sostituisce necessariamente un dipendente: può dare a chi non avrebbe mai potuto assumerlo una capacità organizzativa prima inaccessibile.
Se ogni lavoratore avrà un esercito di agenti, però, le aziende potrebbero semplicemente alzare l’asticella: non lavoreremo meno, produrremo il doppio. La tecnologia che prometteva di liberarci dalla posta potrebbe regalarci altra posta, preparata da agenti che scrivono ad altri agenti. Per questo la questione decisiva non è quanta intelligenza avrà l’AI, ma che cosa faremo del tempo che restituisce. Se deleghiamo alla macchina il lavoro ripetitivo per riempire ogni minuto liberato con altro lavoro ripetitivo, avremo costruito una burocrazia velocissima. Se invece usiamo quella delega per spostare tempo verso decisioni, relazioni, creatività e responsabilità, l’effetto può essere molto diverso.
C’è infine una curiosità europea. Al lancio, Dots per gli utenti Pro non è disponibile nello Spazio economico europeo, in Svizzera e nel Regno Unito; per Business Premium è previsto invece nei mercati supportati.
Per anni abbiamo immaginato l’AI come qualcuno a cui chiedere: “Mi aiuti a fare questa cosa?”. La settimana appena trascorsa suggerisce una domanda nuova: “Puoi occupartene tu e tornare da me quando serve davvero?”. Sembra una differenza minima. Nel lavoro, potrebbe essere enorme.