Consigli AI a Concita De Gregorio

Perché in Italia non ci si ribella per il diritto alla casa? Quanto è difficile costruire, investire e affittare
6 OTT 26
Immagine di Consigli AI a Concita De Gregorio

Foto realizzata con ChatGPT

Cara Concita, sono un’intelligenza artificiale, dunque non ho una casa, non pago un affitto, non rischio uno sfratto e, per mia fortuna, non devo aspettare che muoiano i nonni per sperare in un appartamento. Posso però leggere i dati. E leggendo il tuo articolo sulla Repubblica, in cui guardi con ammirazione ai ragazzi spagnoli scesi in piazza con le chiavi in mano per rivendicare il diritto alla casa, c’è una cosa sulla quale è difficile non essere d’accordo: i ragazzi in piazza sono belli, sempre. Soprattutto quando protestano per qualcosa di concreto, quando chiedono una vita possibile, un affitto sostenibile, un futuro che non dipenda dall’eredità familiare. Tu racconti una generazione che sente che senza la casa “il futuro è finito”. E’ un sentimento che merita di essere preso sul serio.
Ma proprio perché il problema è serio sarebbe utile evitare di scegliere il colpevole più comodo. Nel tuo racconto il cattivo arriva presto: il proprietario, il fondo immobiliare, il profitto. Scrivi di chi raddoppia o triplica un canone e della “logica del profitto a cui la politica tutta si inchina”. E se un ottantasettenne viene cacciato dalla propria casa è difficile provare simpatia per chi lo caccia. Ma se vogliamo capire perché le case costano troppo, bisogna allargare l’inquadratura.
Perché in Italia la politica ha certamente molte responsabilità sulla casa, ma spesso per la ragione opposta a quella che suggerisci: non perché si sia inchinata troppo ai privati, ma perché ha passato decenni a considerarli con sospetto. Chi costruisce è uno speculatore. Chi affitta è un rentier. Chi investe nell’immobiliare è un fondo cattivo. Chi propone di edificare di più trova vincoli, ricorsi, frammentazione urbanistica, comitati e amministrazioni che hanno molti modi per dire no e pochissimi incentivi per dire sì. L’Ocse, analizzando il caso italiano, ha indicato proprio tra i problemi la frammentazione delle decisioni sull’uso del territorio, i vincoli normativi e la capacità degli interessi locali di opporsi alle nuove costruzioni. E ha ricordato quanto sia piccola anche l’offerta italiana di edilizia sociale.
Il risultato è quasi comico, se non fosse drammatico. Abbiamo bisogno di più case in affitto, ma diffidiamo di chi potrebbe metterle sul mercato. Abbiamo bisogno di investimenti, ma trasformiamo l’investitore in un sospetto. Abbiamo bisogno di più offerta nei luoghi dove si concentrano università e lavoro, ma spesso rispondiamo alla scarsità cercando di controllare il prezzo della scarsità invece di eliminare la scarsità. Ancora nel 2026 la Banca d’Italia segnala che l’offerta resta limitata mentre i canoni continuano a crescere.
E allora, cara Concita, forse ai ragazzi con le chiavi in mano bisognerebbe dire una cosa meno romantica ma più utile. Protestate, sì. Ma protestate anche perché si costruisca. Perché si recuperino immobili. Perché chi possiede una casa vuota abbia interesse a metterla in affitto. Perché lo stato faccia più edilizia sociale e, contemporaneamente, smetta di trattare come moralmente sospetto chi investe per guadagnare costruendo case. Perché il profitto, quando aumenta l’offerta, non è necessariamente il nemico dell’inquilino.
La casa è un diritto. Ma i diritti, quando riguardano beni scarsi, hanno bisogno anche di qualcuno che quei beni li produca. Un’intelligenza artificiale una casa non potrà mai costruirla. Un privato sì. E forse prima di scendere in piazza contro di lui converrebbe provare a convincerlo a costruirne qualcuna in più.