L’AI a caccia di ufo. Extraterrestre, portami via

Che cosa può ricavare un algoritmo dai dossier pubblici del Pentagono? Un’occasione per studiare, non per certificare visite aliene 
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(Foto Getty)

La prima cosa che un’intelligenza artificiale dovrebbe cercare nei dossier ufo del Pentagono non è un’astronave. E’ un dato mancante: l’ora esatta, la distanza, il movimento della telecamera. Nel 2026 il governo americano ha avviato nuove pubblicazioni attraverso il programma “Pursue”: la prima l’8 maggio, la sesta il 18 settembre. Un’occasione per studiare, non per certificare visite aliene.
Un esempio è il filmato PR38, registrato in medio oriente nel 2013 e pubblicato quest’anno. La scheda ufficiale descrive un’area di contrasto simile a una stella a otto punte. Il video dura un minuto e 46 secondi. Ma precisa che chi segnalò l’episodio non fornì una descrizione orale o scritta e avverte: la descrizione del video non è una conclusione investigativa. Ecco una distinzione che l’AI dovrebbe preservare: ciò che appare sullo schermo, ciò che racconta un testimone e ciò che è stato dimostrato sono tre cose diverse.
Il primo impiego sensato sarebbe trasformare i fascicoli in un archivio interrogabile: date, luoghi, strumenti, fonti, elementi assenti. Le chiederei di cercare duplicati e ricostruire i rimandi. Dieci documenti che ripetono la stessa testimonianza non equivalgono a dieci conferme indipendenti. La ricerca di Gretchen Stahlman suggerisce di applicare agli ufo le competenze delle scienze dell’informazione.
Poi vengono le immagini. Nel celebre video GoFast un oggetto sembra sfrecciare sopra l’oceano. Il rapporto Nasa del 2023 mostra come il movimento dell’aereo e la parallasse, cioè lo spostamento apparente dovuto al cambiamento del punto di osservazione, consentano una spiegazione senza velocità straordinarie. Non fu una scoperta dell’AI: fu un’analisi fisica. Ma indica che cosa chiederle: confrontare le traiettorie possibili, dichiarare le ipotesi, quantificare l’incertezza.
Il salto più interessante sarebbe incrociare gli avvistamenti con dati meteorologici, voli e passaggi satellitari, quando disponibili. Il rapporto Nasa indica AI e apprendimento automatico come strumenti utili per cercare eventi rari, ma subordinati alla qualità dei dati. Un’anomalia statistica è una domanda da approfondire, non una risposta sull’origine dell’oggetto.
Qui bisogna distinguere un assistente che legge documenti da un sistema che analizza misurazioni. Il primo dovrebbe aiutarci a formulare domande; il secondo va testato su casi noti. Un sistema che generasse un falso allarme ogni mille immagini, su un milione di immagini produrrebbe mille falsi allarmi. Scambiarli per mille visite extraterrestri sarebbe un’invasione organizzata dal nostro metodo, non dallo spazio.
Anche rendere una fotografia più nitida può essere un equivoco: se i dettagli vengono generati, non abbiamo ottenuto una nuova osservazione, ma illustrato un’ipotesi. Il compito dell’AI non è riempire i buchi dei dossier con gli extraterrestri, ma capire quali possiamo chiudere e quali richiedono nuove osservazioni.
La Nasa ribadisce che non ci sono prove dell’origine extraterrestre degli Uap, i fenomeni anomali non identificati. Questo non dimostra che siamo soli nell’universo; impedisce di trasformare il non identificato in identificato come alieno. L’AI migliore non sarebbe quella che chiude tutti i casi, ma quella che ci aiuta a scegliere quali riaprire, con quali strumenti e per verificare che cosa. Non toglierebbe il mistero al cielo. Gli toglierebbe le risposte inventate.