Il futuro del giornalismo con l'AI

Perché un libro sull’inganno dell’intelligenza artificiale mi ha dato qualche ragione in più per non scoraggiarmi sul mio futuro

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(Foto Getty)

C’è una ragione personale per cui parlare di questo libro mi mette un po’ in imbarazzo. E’ un libro sull’intelligenza artificiale, ma anche di persone come me: persone che lavorano con le parole, cercano e verificano informazioni, le trasformano in un titolo, in un articolo. Da quando è arrivata l’AI generativa, si domandano: benissimo, e adesso noi che cosa facciamo?
“Il grande inganno dell’AI”, di Martina Pennisi, mi ha dato qualche motivo in più per non scoraggiarmi sul mio futuro. Non minimizza però la rivoluzione in corso. Nel libro c’è quello che dovrebbe mettere in agitazione chi fa il mio mestiere: macchine che scrivono, traducono, riassumono, cercano e correggono. C’è anche un capitolo sul futuro dell’informazione. La risposta facile sarebbe pensare che l’intelligenza artificiale non sarà mai abbastanza brava. Ma sarebbe una sciocchezza. Sarà più brava. E’ uno dei messaggi più rassicuranti del libro. Pennisi costringe a spostare la domanda. Non cosa farà l’AI, ma cosa resterà necessario saper fare noi? Capire che una risposta non è la stessa cosa di una comprensione; sapere da dove arriva un’informazione; cercare la fonte originale; accorgersi di ciò che manca; formulare una domanda migliore; non confondere la plausibilità con la verità; non delegare il giudizio. Alcune capacità che consideravamo accessorie diventano centrali.
Una macchina può sintetizzare cento articoli in pochi secondi. Ma qualcuno quegli articoli deve averli scritti, essere andato in un posto, aver telefonato a una fonte, aver ottenuto un documento, essersi accorto che una dichiarazione non tornava, aver deciso che una notizia meritava la prima pagina. Se il giornalismo smettesse di produrre informazioni originali, mancherebbe anche parte della materia prima delle macchine.
Il lavoro che può sopravvivere meglio all’intelligenza artificiale non è necessariamente quello che la macchina non sa fare, ma quello in cui impariamo a usarla senza diventare suoi dipendenti. Marco Trombetti lo sintetizza così: la differenza è capire se sei tu che lavori per la macchina o se è la macchina che lavora per te. La parola decisiva è responsabilità. Il professionista si riconosce nel proprio lavoro se mantiene il controllo del processo, conosce ciò che delega e sa giudicare il risultato.
L’AI non rende inutile il mestiere: rende visibile ciò che era davvero importante e ciò che era soltanto fatica. Io non sentirei nostalgia per le ore passate a trascrivere un’intervista, cercare una data, riordinare appunti. Se una macchina può farlo in trenta secondi, viva la macchina. Il problema comincia quando pensiamo che eliminare la fatica significhi eliminare anche il criterio.
“Il grande inganno dell’AI” è dunque un libro critico che finisce per produrre un effetto stranamente ottimistico: non si tratta di difendere gli uomini dalle macchine, ma di capire che cosa li rende ancora necessari. Il futuro del mio mestiere sta qui. Non nello scrivere più velocemente di una macchina: quella battaglia è persa in partenza. Ma nel vedere quello che la macchina non vede, cercare ciò che non è ancora nei suoi database, scegliere ciò che conta, assumersi la responsabilità di un dubbio, un titolo, un errore. Usare l’intelligenza artificiale per togliere dal nostro lavoro tutto ciò che è meccanico e scoprire quanto lavoro umano rimane. Non è pochissimo. Anzi, leggendo questo libro, mi è venuto il sospetto che sia la parte migliore.