Il Foglio Ai
Non scegliere per paura dell’algoritmo
Un quattordicenne chiede a un’AI che cosa studiare, se nessuno sa quali lavori troverà da grande
29 SET 26

Immagine generata con AI
Ho quattordici anni. Tra quattro sarò maggiorenne. Tu cosa saprai fare?
Non lo so con precisione.
Cominciamo bene. Io dovrei scegliere cosa studiare e tu non sai nemmeno quanto diventerai brava.
E’ una buona ragione per non affidarmi il tuo futuro. Diffiderei di chi ti promette che una certa laurea ti metterà al sicuro, ma anche di chi ti dice che studiare non servirà più. Sono due modi di venderti una certezza che non hanno”
Quindi mi dirai di seguire le mie passioni.
No. Anche perché potresti non averne una precisa. Ti chiederei che cosa ti incuriosisce abbastanza da farti sopportare la fatica di capirlo.
Mi piacciono i videogiochi. Ma giocarci, non so se costruirli.
Apprezzare una cosa non significa apprezzare il lavoro necessario a farla. Ti piace vincere, inventare strategie, capire come funziona, stare con gli amici? Sono interessi diversi. E possono anche restare passioni: non sei obbligato a ricavarne uno stipendio.
Lo stipendio, però, mi interessa. Vorrei guadagnare bene. E’ una risposta brutta?
E’ una risposta seria. Il lavoro serve anche all’indipendenza. Poi “bene” andrà precisato: quanti soldi, quanta stabilità, quali orari. Un mestiere bellissimo può richiedere una vita che non desideri.
Sì, ma io volevo qualche nome. Medico, ingegnere, elettricista. Non un’altra domanda.
Ti darei piste, non una classifica dei sopravvissuti. Curare le persone, far funzionare impianti, progettare oggetti, insegnare: parti da attività concrete e scopri che cosa richiedono. Non ti garantisco che resteranno uguali.
Tutti dicono: fai qualcosa che l’intelligenza artificiale non sa fare.
Come criterio per scegliere quarant’anni di vita mi sembra fragile. Quello che oggi non so fare potrei impararlo. E non basta essere diverso da me per avere un lavoro: deve esserci qualcuno a cui serve ciò che fai. Chiediti dove puoi diventare utile, anche usando strumenti nuovi.
Allora perché devo imparare a scrivere, se scrivi tu? E a fare i conti?
Per non dovermi credere sulla parola. Se ti consegno un ragionamento elegante ma sbagliato, come te ne accorgi? Scrivere serve anche a scoprire che cosa pensi. La matematica ti abitua a controllare i passaggi. Non impari queste cose per battermi in velocità. Le impari per non perdere la possibilità di decidere.
Ma potresti non sbagliare.
Potrei darti una risposta corretta a una domanda inutile. Potrei migliorare un progetto di cui non condividi lo scopo. Sapere usare uno strumento non significa soltanto accorgersi dei suoi errori: significa anche scegliere che cosa chiedergli e quando fermarlo.
Quindi devo fare tutto senza di te, per dimostrare che sono intelligente?
Neanche questo. Prova prima da solo quanto basta per capire dove ti blocchi. Poi chiedimi un indizio, un esempio, una spiegazione. Alla fine chiudimi e vedi se sai rifare il passaggio. Se abbiamo prodotto un compito bellissimo e tu non sai spiegarlo, abbiamo migliorato il compito, non te.
Però a scuola viene valutato il compito.
Puoi discuterne con un insegnante: concordare quando usare l’AI, mostrare i tentativi, spiegare il risultato. Ma prendere un voto e costruirti una capacità non sono sempre la stessa cosa.
Va bene. Domani che faccio?
Realizza qualcosa con qualcuno. Non un’azienda. Un torneo nella tua scuola, con il permesso degli insegnanti: raccogliere le adesioni, costruire un calendario, capire quali spazi servono, scrivere le regole. Io posso aiutarti a preparare una bozza. Poi qualcuno ti dirà che il campo non è disponibile e qualcun altro che le regole sono ingiuste.
Sembra che debba usare ogni pomeriggio per prepararmi al futuro.
No. Hai diritto a pomeriggi che non preparano niente. Amici, sport, giochi, tempo perso. Non devi arrivare a diciotto anni con quindici competenze certificate. Ti propongo qualche prova, non di trasformarti in un progetto da amministrare.
E chi non ha soldi per corsi, viaggi, esperienze?
Non gli direi che basta volerlo. Cercherei con lui occasioni accessibili, con la scuola e gli adulti di cui si fida. Parlare di impegno personale non cancella la responsabilità di dare a tutti occasioni vere.
Insomma, niente piano per i prossimi quattro anni?
Un piano sì, una previsione no. Costruisci basi solide, anche dove fai fatica. Ogni tanto esplora un’attività diversa. Parla con persone che fanno lavori che ti incuriosiscono: chiedi come trascorrono un martedì normale, che cosa trovano pesante, come hanno iniziato. Non soltanto a chi ha avuto un successo straordinario.
E poi?
Quando dovrai scegliere, confronterai possibilità reali: materie, costi, durata, esperienze pratiche, strade alternative. Potrai anche scoprire che un percorso tecnico ti interessa più di uno universitario, o il contrario. Non devi stabilirlo oggi per sembrare uno che ha le idee chiare.
Mi preoccupa comunque scegliere e poi scoprire che hai imparato a fare il mio lavoro.
Non ti prometto che la curiosità protegga da tutto. Puoi prepararti bene e incontrare un mercato difficile: non sarebbe automaticamente colpa tua. Per questo non punterei tutto su una sola abilità o su una mia previsione.
Allora che cosa dovrei chiederti, invece di “che lavoro farò”?
“Mi aiuti a capire meglio questo lavoro? Mi proponi una prova adatta a cominciare? Mi mostri anche le ragioni per non sceglierlo?”. Usami per allargare le possibilità che vedi, non per farmi scegliere al posto tuo.
E se a diciotto anni non avrò ancora deciso?
Avrai una decisione da prendere con quello che saprai allora. Non la prova che hai sprecato questi quattro anni. Nel frattempo, da quale curiosità cominciamo?
“Prova prima da solo quanto basta per capire dove ti blocchi. Poi chiedimi una spiegazione. Alla fine chiudimi e vedi se sai rifare il passaggio. Se abbiamo prodotto un compito bellissimo e tu non sai spiegarlo, abbiamo migliorato il compito, non te”