IL FOGLIO AI
Non è una sentenza. Il caso Rossi e il peccato capitale della Magistratura
“Nel contesto iniziale tutto deponeva per il suicidio”, dissero gli uffici giudiziari senesi. Ma un’ipotesi, se diventa troppo presto una cornice, finisce per selezionare ciò che si cerca
29 SET 26

(Foto Ansa)
Ieri, in una palestra del Foro Italico, è stata ricostruita una finestra uguale a quella dell’ufficio di David Rossi a Rocca Salimbeni. Un atleta dei carabinieri, con corporatura simile alla sua, ha simulato i movimenti della vittima; i consulenti hanno provato scenari con uno, due e tre aggressori. Secondo Gianluca Vinci, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, i primi riscontri suggeriscono che Rossi possa aver tentato di difendersi da più persone. Ma colpisce un dato: tredici anni dopo una morte archiviata due volte come suicidio, si stanno ancora facendo esperimenti sulla dinamica della caduta.
Nel caso Rossi il punto decisivo è l’ipotesi iniziale. “Nel contesto iniziale tutto deponeva per il suicidio”, dissero gli uffici giudiziari senesi. Ma un’ipotesi, se diventa troppo presto una cornice, finisce per selezionare ciò che si cerca. La Commissione parlamentare ha ricostruito che l’ufficio di Rossi era stato modificato prima del sopralluogo della Scientifica. Alcuni fazzoletti sporchi di sangue, che anni dopo i consulenti avrebbero voluto analizzare per cercare Dna di terzi, erano già stati distrutti. Il problema non è soltanto ciò che non si è trovato: è ciò che non si potrà più trovare.
C’è poi un secondo limite. La giustizia è attrezzata per stabilire responsabilità penali individuali, meno per riconoscere un fallimento investigativo che non sia anche un reato. Nel 2023 il gip di Genova ha archiviato l’indagine sui tre pm senesi accusati di falso: non fu accertato un intento di occultare prove. La responsabilità penale e la qualità dell’azione giudiziaria non sono la stessa cosa.
Il terzo limite è la fatica dell’istituzione a correggersi. Quando una prima ricostruzione viene cristallizzata in atti e perizie, ciò che viene dopo tende a misurarsi con quella ricostruzione invece di ripartire dalle prove. Il tempo consuma reperti e possibilità di verifica. La relazione parlamentare del 2022 segnalò “lacune” nelle indagini.
Sono serviti giornalisti, familiari, due Commissioni parlamentari, nuove perizie e tredici anni perché l’ipotesi alternativa spingesse la procura di Siena ad aprire nel 2026 un nuovo fascicolo e la Commissione a dichiarare che le proprie risultanze escludono il suicidio e indicano l’intervento di terzi. Sono piani diversi: la Commissione non emette sentenze e la nuova indagine dovrà verificare quelle conclusioni.
La lezione non è che la magistratura “ha sbagliato tutto”. E’ più inquietante: la giustizia può sbagliare anche senza cattivi, e quando sbaglia all’inizio può rendere quasi impossibile correggersi alla fine. Il caso Rossi dovrebbe diventare un caso di scuola: più rigore nella conservazione dei reperti e più separazione tra chi formula un’ipotesi e chi deve metterla alla prova.