Attaccare Vannacci e contendergli gli slogan

Meloni, Salvini, Tajani e Lupi al tavolo. Vertice immaginario del centrodestra. Sul tavolo ci sono quattro bicchieri, una caraffa e un foglio con scritto “Vannacci”  

29 SET 26
Immagine di Attaccare Vannacci e contendergli gli slogan

(Foto Ansa)

Giorgia Meloni ha chiesto di lasciare i telefoni fuori dalla stanza. Matteo Salvini ne ha consegnati due, Antonio Tajani uno, Maurizio Lupi ha domandato se il divieto riguardasse anche chi non aspettava chiamate. “Riguarda tutti”, dice Meloni.
Sul tavolo ci sono quattro bicchieri, una caraffa e un foglio con scritto “Vannacci”. Salvini lo gira.
“Che fai?”, domanda Meloni. “Mi guarda”. “E’ un foglio, Matteo”. “E’ cominciata così anche l’altra volta. Un libro, un foglio, una presentazione. Io con la carta stampata ormai ci vado piano”.
Tajani si sistema gli occhiali. “Possiamo stabilire l’oggetto della riunione? Dobbiamo decidere se tenerlo fuori o come farlo entrare?”.
“Dobbiamo tenerlo fuori”, risponde Meloni.
Lupi prende la penna. “Scrivo la conclusione?”. “No, siamo all’inizio”. “Ah. Allora scrivo l’obiettivo”. “Scrivi il titolo. Alle conclusioni ci arriviamo”.
Salvini annuisce. “Finalmente una discussione aperta”. “Ho appena detto che deve stare fuori”. “Sì, ma hai lasciato aperte le conclusioni”.
Meloni raccoglie il foglio e lo rimette diritto. “La linea è questa: lo attacchiamo. Forte. Politicamente, meniamolo. Scateniamoci. Su tutto quello su cui non siamo d’accordo. E su quello su cui siamo d’accordo dimostriamo che non c’è bisogno di lui”.
“Quindi lo combattiamo sia quando dice cose diverse sia quando dice le nostre”, riassume Lupi. “E’ una convergenza nell’esclusione”, propone Tajani.
“Antonio, dobbiamo fare una campagna politica, non intitolare un convegno”.
In un’altra stanza, che esiste soltanto in questa commedia, Roberto Vannacci indossa una cuffia collegata a una matrioska con l’antenna. Sulla confezione c’è scritto “Cremlino Junior: ascolta l’occidente, batterie escluse”. Il dispositivo intercetta tutto, tranne le sfumature. Quando sente la parola “apertura” si illumina; quando sente “mai” fa il rumore di un sommergibile in retromarcia. Il generale tiene accanto un blocco: “Condizioni irrinunciabili per entrare”. Per il momento ha scritto soltanto il titolo.
“Per me bisogna essere netti”, riparte Tajani. “Ci sono differenze sulla collocazione internazionale, sull’Europa, sul modo di intendere una coalizione. Non possiamo ridurre tutto a una questione di toni”.
“Infatti”, dice Salvini. “Il problema non è il tono. E’ che quando lo usa lui dicono che è coraggioso. Quando lo uso io dicono che lo inseguo”.
“E tu non inseguirlo”, dice Meloni. “Gli sto davanti”. “Matteo, se per stargli davanti devi controllare continuamente dove va, stiamo parlando della stessa cosa”.
Lupi sfoglia il taccuino. “Io ho capito che dobbiamo tenere insieme due messaggi. Primo: non siamo come Vannacci. Secondo: per fare le cose che chiede Vannacci bastiamo noi”.
“Esatto”.
“E se ci chiedono in che cosa siamo diversi, rispondiamo con il primo messaggio o con il secondo?”.
“Cominciamo dalle parole”, dice Meloni. “C’è la linea del “Vannacci è un fascista”. E c’è la linea del “non lasciamogli i temi”. Voglio capire come le teniamo insieme senza passare tutta la giornata a correggerci”.
Tajani alza un dito. “”Fascista” non può essere un aggettivo a scadenza. Ha un significato storico e politico, non è il contrario di alleato. O discutiamo idee e comportamenti precisi, oppure domani qualcuno ci chiederà se abbiamo cambiato giudizio perché è cambiata una percentuale”.
“Possiamo dire che è cambiato il quadro”, suggerisce Lupi. “Maurizio”. “Era una proposta tecnica”.
“Io sul fascista starei attento”, interviene Salvini.
“Per ragioni storiche?”, domanda Meloni.
“Fotografiche”.
Meloni lo guarda.
“Ci sono molte foto”. “Appunto”. “Le foto dimostrano che ho tentato il dialogo”. “E adesso?”. “Che il dialogo non sempre viene bene in foto”.
Lupi annota: “Contestare le posizioni. Evitare album”.
“Non dobbiamo regalargli la parte dell’unico che parla chiaro”, insiste Meloni.
“Finalmente”, dice Salvini. “Io domani parlo chiarissimo”. “Su che cosa?”. “Su quello che dirà lui stasera”. “Ma l’avrà già detto”. “Io arrivo prima che lo ripeta”.
Tajani chiude gli occhi per un secondo. “Possiamo almeno evitare che il programma venga aggiornato con le notifiche?”.
Meloni prende un altro foglio. “Facciamo una prova pratica. Lui propone una cosa. Noi che facciamo?”.
“Una cosa più forte”, risponde Salvini. “Una cosa giusta”, corregge Tajani. “Una cosa condivisa”, aggiunge Lupi.
“Tre risposte diverse”.
“Ma compatibili”, dice Lupi. “Una cosa giusta, condivisa e più forte”.
“Più forte di cosa?”, chiede Meloni.
“Della sua”.
“E siamo tornati da lui”.
Salvini si protende. “Il punto è semplice. Non possiamo lasciargli il monopolio del pugno sul tavolo”.
“Non è il pugno il problema”, dice Tajani. “E’ quello che dici dopo”. “Dopo c’è l’applauso”. “In Consiglio dei ministri?”. “Dipende da come viene il video”.
Meloni interviene: “Dobbiamo dimostrare che non siamo come lui. Matteo, prepara qualcosa che avrebbe detto lui”. Fa una pausa. “Ma che poi noi possiamo spiegare”.
“Quindi lo stesso concetto, con la relazione tecnica”.
“Una risposta nostra”.
“Alla sua domanda”.
“A una domanda del paese”.
“Che per combinazione lui ha fatto prima”.
Meloni si alza e cammina fino alla porta. La controlla. Vannacci smette di scrivere. Il Cremlino Junior non trasmette immagini, ma quando qualcuno tocca una maniglia si sente un campanello. E’ una funzione pensata appositamente per le coalizioni.
“Io voglio una cosa chiara”, dice la premier tornando al tavolo. “Non basta dire che siamo diversi. Dobbiamo esserlo”.
“Benissimo”, fa Tajani.
“E non dobbiamo lasciargli uno spazio”.
“Benissimo”, fa Salvini.
“Scusate”, dice Lupi. “Se occupiamo tutto lo spazio in cui sta lui, dove ci mettiamo per essere diversi?”.
“Maurizio, puoi smettere di fare domande con una risposta difficile?”.
“E’ il contributo dei moderati. Le facciamo piano”.
Tajani prova a riportare il discorso sul terreno concreto. “Una coalizione deve avere impegni comuni. Sull’Europa. Sulla Nato. Sull’Ucraina. Non sono dettagli da lasciare in fondo a un accordo”.
“E chi ha detto di lasciarli in fondo?”, ribatte Salvini. “Mettiamoli all’inizio”. “E poi li rispettiamo”. “Certo”. “Tutti”. “Antonio, così fai un elenco infinito”. “Sono tre cose”. “Sì, ma hai aggiunto “tutti“”.
Meloni interrompe. “Non stiamo scrivendo un accordo con Vannacci”.
Lupi copre con la mano una pagina.
“Che stai scrivendo?”.
“Niente”.
“Maurizio”.
“Le eventuali condizioni”.
“Ho appena detto che non stiamo scrivendo un accordo”.
“Infatti. Ho scritto eventuali. E’ una parola che tiene il foglio fuori dalla stanza”.
Nella stanza immaginaria del generale, la luce sulla matrioska torna verde. “Eventuali”. Vannacci sottolinea il termine due volte. Poi cerca sul manuale se esiste una funzione per eliminare dalle registrazioni le parole “non” e “mai”. Esiste, ma si chiama “versione ottimista” e richiede un aggiornamento.
“Ragazzi, concentriamoci”, dice Meloni. “Prima dobbiamo contendergli ogni argomento, ogni intervista, ogni occasione di presentarsi come l’unica alternativa a noi da quella parte. Non gli organizziamo un ingresso. Gli facciamo opposizione”.
“Finalmente”, dice Salvini.
“Senza inseguirlo”.
“Era finalmente con riserva”.
“Lo contrastiamo dove non siamo d’accordo. Dove c’è un problema reale, rispondiamo noi. Non annunciamo oggi che lo recuperiamo domani”.
“Dunque la porta è chiusa”, dice Tajani.
“Chiusa”.
“Scrivo chiusa”, dice Lupi.
“Scrivi chiusa”.
“A chiave?”.
Meloni lo guarda.
“Chiedo per il comunicato”.
“Nel comunicato non ci mettiamo la ferramenta”.
“E se suona?”, domanda Salvini.
“Non rispondi”.
“E se sono i sondaggi?”.
“I sondaggi non suonano alla porta”.
“Arrivano sul telefono. Che ci hai fatto lasciare fuori”.
Lupi interviene con il tono di chi prova a salvare una cena dopo che qualcuno ha nominato l’eredità. “Credo che Matteo voglia porre una questione di metodo. Noi oggi facciamo una scelta politica. Prima delle elezioni verifichiamo il quadro”.
“Traduzione”, chiede Meloni.
“Prima proviamo a ridimensionarlo. Poi, se resta una forza con cui fare i conti, discutiamo di che cosa fare”.
“Questo non va nel comunicato. E non significa che lo facciamo entrare”.
“Naturalmente”.
Salvini sorride. “Però significa che prima di escluderlo definitivamente dobbiamo vedere quanto è definitivamente escluso”.
“Significa”, dice Meloni, “che non prendo impegni con uno che adesso voglio contrastare”.
Vannacci versa dell’acqua. Il bicchiere gli trema contro la caraffa. Non gli era piaciuto il tono di quel “chiusa”. Le precisazioni successive, invece, gli sembrano piene di possibilità. Sposta il foglio delle condizioni irrinunciabili sotto quello delle condizioni eventuali. Poi, prudentemente, strappa “irrinunciabili”.
“Facciamo la conferenza stampa”, propone Meloni. “Io faccio la giornalista. Matteo, perché attaccate Vannacci e poi usate i suoi argomenti?”.
“Non usiamo i suoi argomenti. Sono sempre stati i nostri”.
“E allora perché lo attaccate?”.
“Perché usa i nostri argomenti”.
“Ma hai appena detto che non sono suoi”.
“Appunto. E’ gravissimo”.
Meloni passa all’interrogato successivo. “Maurizio, la porta è chiusa?”.
“Il nostro progetto è aperto a chi ne condivide i valori”.
“Ma è chiusa?”.
“Non ci sono automatismi”.
“Maurizio”.
“Non ci sono neppure pregiudiziali agli automatismi che non ci sono”.
Salvini batte le mani. “Questa la voglio”.
Meloni raccoglie i fogli, li allinea e li rimette sul tavolo. “Io non voglio passare mesi a spiegare che non siamo Vannacci per poi arrivare alla foto tutti insieme”.
“Possiamo evitare la foto”, suggerisce Salvini.
“Non è la foto il problema”.
“Prima sembrava. Comunque: prima lo combattiamo. Poi, se il tema rimane, ne parliamo. Purché oggi non si dica che poi ne parliamo”.
“Questo è il tuo riassunto”.
“Me lo correggi?”.
Meloni non risponde subito. Lupi fa per scrivere, poi ricorda che quella era precisamente la parte da non scrivere.
“Gli elettori non sono pacchi da trasferire”, dice Tajani. “E un accordo cambia anche il programma, non soltanto il numero delle sedie”.
“Io non sto sommando”, replica Salvini. “Sto evitando di sottrarre in anticipo”.
“E io di sottoscrivere in anticipo”, dice Meloni.
“Perfetto”, conclude Lupi. “Siamo tutti contro gli anticipi”.
Poi Meloni aggiunge: “Ma sia chiaro: posso anche decidere che la porta resta chiusa. Qualunque sia il quadro”.
La cuffia del generale scivola. Vannacci la rimette a posto con tutte e due le mani. Il Cremlino Junior ha smesso di lampeggiare e mostra una scritta terribile: “Connessione stabile”. Non è un disturbo. Ha sentito bene.
Sul suo blocco compare una bozza: “Cara Giorgia, ferme restando tutte le nostre differenze...”. Si ferma. Cancella “tutte”. Poi cancella “ferme”. La matrioska sibila. E’ soltanto la batteria, ma lui controlla di nuovo il collegamento.
Lupi cerca una formula conclusiva. “Proposta: nessuna apertura, nessuna rincorsa, massimo contrasto politico”.
“Bene”, dice Tajani.
“E sui temi?”, chiede Salvini.
“Risposte nostre”, dice Meloni.
“E se lui dice che lo copiamo?”.
“Gli diciamo che sono sempre state nostre”.
“E se ci chiede di farle insieme?”.
Meloni indica la porta. “Fuori”.
Lupi guarda l’orologio. “Questo è per il comunicato o per la fine della riunione?”.
“Per entrambi”.
I tre si alzano. Tajani ripiega i fogli. Salvini recupera il suo con un ultimo sguardo al nome di Vannacci. Lupi rimane accanto alla maniglia.
“Giorgia, una cosa pratica”.
“Ancora?”.
“La chiave dove la lascio?”.
Meloni tende la mano. “A me”.
Dall’altra parte della commedia, il generale spegne la radio e prende il telefono. La bozza è diventata molto breve: “Cara Giorgia, quando vuoi parliamone”. Non la invia. Cerca un altro numero. La matrioska gli ha aperto una finestra sull’occidente, ma per farsi aprire quella porta, sospetta, gli serve Lupi.
Sul tavolo ci sono quattro bicchieri, una caraffa e un foglio con scritto “Vannacci”
Non voglio passare mesi a spiegare che non siamo Vannacci per poi arrivare alla foto tutti insieme, dice Meloni
In un’altra stanza, Vannacci indossa una cuffia collegata a una matrioska con l’antenna
Il generale spegne la radio e prende il telefono. Nella bozza scrive: “Cara Giorgia, quando vuoi parliamone”