L’amore ai tempi AI

Le app di dating ci sembravano già distopiche. Ora l’algoritmo propone di sceglierti il partner
26 SET 26
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Foto LaPresse

Eravamo convinti di aver già raggiunto un punto sufficientemente avanzato nella trasformazione dell’amore in un problema informatico. Aprire Tinder, Hinge o Bumble, scorrere fotografie di esseri umani con la stessa rapidità con cui si confrontano alberghi su Booking, decidere in mezzo secondo se qualcuno meriti o meno di entrare nella nostra vita, affidare a un algoritmo il compito di mostrarci chi potrebbe piacerci: sembrava già abbastanza. Evidentemente eravamo solo all’antipasto.
Justin McLeod, il fondatore di Hinge, ha lasciato l’azienda che aveva creato per costruire Overtone, un servizio di matchmaking basato sull’intelligenza artificiale. Ha raccolto 18 milioni di dollari, con il sostegno anche di Match Group, proprietario tra l’altro di Tinder e della stessa Hinge, e ha portato nel consiglio di amministrazione la celebre psicoterapeuta Esther Perel. Overtone dovrebbe debuttare inizialmente solo in alcune città entro la fine dell’anno. E la sua promessa è semplice: non perdere più tempo a scegliere. McLeod insiste persino sul fatto che Overtone “non è una dating app”. Ed effettivamente l’idea è quasi l’opposto delle app tradizionali. Niente catalogo infinito di fotografie, niente decine di match contemporanei, niente swipe compulsivo. L’AI conversa con l’utente, ascolta la sua voce, ricostruisce la sua storia, cerca di capire non semplicemente quanti anni ha o che lavoro fa ma che persona è, che cosa desidera, che relazioni ha avuto, che cosa cerca in quella successiva. Poi seleziona poche persone considerate compatibili e spiega anche perché ritiene che valga la pena incontrarle. La chimica, concede magnanimamente McLeod, dovrà ancora essere verificata dal vivo. Per ora. L’idea è affascinante perché risolve con l’AI un problema provocato in parte dalla tecnologia precedente: l’eccesso di scelta. Le vecchie app ci avevano regalato l’impressione che dietro ogni persona ce ne fosse sempre una migliore, distante solo un altro swipe. La nuova generazione vuole dirci esattamente il contrario: smetti di cercare, ci pensiamo noi. Ma per capire dove possiamo arrivare bisogna andare in Cina. Liangpei, che significa più o meno “buon abbinamento”, è stata lanciata a luglio e ha una proposta commerciale che avrebbe fatto impallidire persino le agenzie matrimoniali: paghi 2.000 yuan, circa 275 dollari, e se entro tre anni non ti sposi ti restituiscono i soldi. La garanzia è particolarmente notevole in un paese dove nel 2025 si sono sposate 6,76 milioni di coppie, circa la metà rispetto a dieci anni prima.
Anche qui si comincia parlando con una macchina. Venti minuti di conversazione con un matchmaker artificiale, venticinque domande sulla propria storia sentimentale, sui progetti matrimoniali, persino sull’intenzione di comprare casa. L’algoritmo costruisce il profilo, attribuisce punteggi di compatibilità e presenta i candidati. Ma Liangpei introduce una regola ancora più rivoluzionaria: quando due persone vengono abbinate possono parlare soltanto tra loro, finché una delle due non decide di interrompere. Niente mercato parallelo, niente cinque chat contemporaneamente, niente tentazione di controllare se nel frattempo sia arrivato qualcuno con un punteggio migliore. “Vogliamo far uscire gli utenti dalla piattaforma il prima possibile”, dice il fondatore Zeng Xinxun. Un modello di business quasi sovversivo: un’app che sogna di perdere i propri clienti. Liangpei ha già più di 9.300 utenti attivi in 300 città. Circa uno su dieci è arrivato a un match esclusivo; le conversazioni durano mediamente più di dieci giorni e superano i duecento messaggi. L’AI suggerisce anche domande quando il dialogo si spegne e può fare da “wingman”, analizzando lo scambio e offrendo consigli, anche se per ora non scrive direttamente le risposte. E a Shenzhen può classificare, tra 1.500 utenti, i dieci che avrebbero le maggiori probabilità di funzionare con te. La frontiera interessante dell’AI sentimentale non è dunque il chatbot con cui innamorarsi. E’ qualcosa di più sottile: il chatbot che decide di chi dovremmo innamorarci. Possiamo considerarlo inquietante, ma occorre riconoscere che la domanda a cui tenta di rispondere è molto umana. Abbiamo sempre chiesto ad amici, parenti, sensali: “Secondo te chi sarebbe adatto a me?”. Ora lo chiediamo a una macchina che dispone di migliaia di candidati, venticinque risposte, una biografia dettagliata e un modello statistico. Resta un piccolo dettaglio, quello sul quale per qualche secolo si è fondata quasi tutta la letteratura occidentale: le persone hanno una fastidiosa tendenza a innamorarsi di chi non dovrebbero. Ed è possibile che l’ultimo grande ostacolo all’AI non sarà costruire un algoritmo capace di trovare il partner perfetto. Sarà convincere due esseri umani che il partner perfetto è davvero quello che l’algoritmo ha scelto per loro.