Il Foglio Ai
Intelligenza artificiale, lavoro e catastrofismi. Apocalisse rinviata
Dicevano: l’AI ci ruberà il lavoro. Ora sappiamo che distrugge alcune mansioni, ma ne crea molte di più. I numeri dell’Economist
26 SET 26

Immagine generata con IA
Nell’attesa delle prossime apocalissi provocate dall’intelligenza artificiale, possiamo registrare con una certa serenità che almeno una è stata rinviata: quella del lavoro. Dovevano arrivare eserciti di disoccupati, giovani laureati resi inutili da ChatGPT, impiegati sostituiti dagli agenti, programmatori spazzati via dai programmatori artificiali. Può ancora succedere. Ma per ora, non sta davvero succedendo.
I dati americani raccolti dall’Economist sono quasi irritanti per chi aveva già apparecchiato il funerale. Ad agosto l’economia americana ha creato 162 mila posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è al 4,1 per cento e si trova sotto quello registrato in il 90 per cento dei mesi degli ultimi cinquant’anni. Persino i giovani tra i 20 e i 24 anni, indicati come le prime vittime dell’automazione generativa, mostrano un divario di disoccupazione rispetto alla media vicino ai minimi degli ultimi decenni.
La stima dell’Economist è impressionante: circa un milione di posti di lavoro creati finora dall’intelligenza artificiale, contro circa 200 mila licenziamenti attribuiti all’AI dalla metà del 2023. Cinque a uno, grossolanamente. Non significa che ogni persona licenziata abbia trovato un posto migliore dietro l’angolo. Significa però che la prima fotografia aggregata dell’AI non assomiglia a una macchina che sottrae lavoro: assomiglia a una tecnologia che lo sposta, lo trasforma e, almeno finora ne genera altro.
La parte più divertente della storia è capire dove stanno nascendo questi lavori. L’AI vive nel cloud, ma il cloud ha bisogno di cemento, rame, turbine, trasformatori, condizionatori, reti elettriche, tecnici. Rispetto al 2022, la spesa annuale americana per chip, server, data center, raffreddamento ed energia sarebbe aumentata di circa 500 miliardi di dollari. Nei cinque settori più legati a queste infrastrutture, l’Economist calcola circa 320 mila occupati aggiuntivi rispetto al trend. Servono elettricisti, installatori, tecnici Hvac, ingegneri di rete. Quando una tecnologia aumenta la domanda di elettricisti, forse vale la pena aggiornare l’immaginario secondo cui l’AI riguarda soltanto nerd e algoritmi.
Poi c’è il paradosso. Alcuni lavori che avrebbero dovuto essere distrutti dall’AI stanno crescendo. Tra il 2023 e il 2025 l’occupazione dei paralegali è salita di circa l’11 per cento, quella degli analisti di mercato del 6. Se una tecnologia permette di lavorare velocemente, il costo scende e la domanda può aumentare. La produttività crea mercato.
Ma è proprio qui che dovrebbe cambiare il modo in cui discutiamo di tecnologia. La domanda utile non è più: “L’AI distruggerà posti di lavoro?”. Certo che ne distruggerà. Ogni grande innovazione lo fa. La domanda è: quanti ne distruggerà, quanti ne creerà, quali salari farà crescere, quali competenze renderà più preziose, quanto velocemente riusciremo a spostare i lavoratori dai mestieri che declinano a quelli che nascono.
Per due anni abbiamo avuto profezie e pochissimi dati. Ora i dati cominciano ad arrivare. Non dimostrano che l’apocalisse non arriverà mai. Dimostrano qualcosa di più semplice: non è ancora arrivata. E mentre la aspettavamo, qualcuno ha cominciato ad assumere.