Il rapporto dell'FMI sull’AI dice che crea ricchezza. Il Manifesto fa fact-checking al contrario

Il documento del Fondo monetario vede opportunità e rischi. La sintesi in prima pagina enfatizza solo i secondi, fino a tradirne il senso

26 SET 26
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Foto di Igor Omilaev su Unsplash

C’è un modo legittimo di leggere un rapporto: scegliere i passaggi più importanti, sottolineare i rischi, contestarne le conclusioni. E poi c’è un altro modo: prendere un documento e raccontarlo quasi al contrario. E’ quello che è successo sulla prima pagina del Manifesto, dove un rapporto del Fondo monetario internazionale sull’intelligenza artificiale viene riassunto così: “Non crea ricchezza, aiuta a spostarla in poche mani. Un rapporto del Fondo monetario fa il punto sull’AI: aumenta le disuguaglianze e devasta il pianeta. E i data center sono anche una minaccia bellica”. Peccato che il rapporto dica in diversi passaggi l’opposto. Basta partire dall’inizio. L’AI, scrive il Fondo, “ha il potenziale di aumentare produttività e crescita”. Non esattamente la definizione di una tecnologia che “non crea ricchezza”. Per l’Europa il guadagno cumulato di produttività potrebbe essere di circa l’1 per cento in cinque anni; in uno scenario più favorevole, a livello globale, il pil potrebbe risultare quasi il 4 per cento più alto nell’arco di dieci anni. Il rapporto parla di “productivity gains”, di benefici da “massimizzare”, di crescita “più forte, inclusiva e sostenibile”. Si può discutere ogni cifra. Ma sostenere che il Fondo dica che l’AI non crea ricchezza significa trasformare un avvertimento sui rischi distributivi in una negazione dei benefici economici messi nero su bianco.
Lo stesso trucco si vede sulle disuguaglianze. Il Fondo avverte davvero che l’AI può accentuarne alcune, che una parte del reddito può spostarsi dal lavoro al capitale, che i vantaggi possono concentrarsi. Ma aggiunge anche che l’AI sta “allargando alcune differenze e restringendone altre”, che l’effetto netto sull’occupazione resta incerto e che circa la metà dei lavori più esposti potrebbe diventare più produttiva grazie alla complementarità con l’AI. Ancora più curiosa è la formula secondo cui l’AI “devasta il pianeta”. Nel documento non c’è nulla di simile. C’è invece una discussione concreta sui data center: consumano oggi circa il 3 per cento dell’elettricità europea, la domanda crescerà, serviranno più reti, più interconnessioni e più energia a basse emissioni. E poi c’è il capolavoro dei data center come “minaccia bellica”. Nel rapporto il ragionamento geopolitico va nella direzione inversa. L’Europa dipende troppo da Stati Uniti e Cina per chip, modelli e capacità tecnologica; per ridurre questa vulnerabilità il Fondo suggerisce di rafforzare proprio la capacità europea nei data center, nelle reti e nelle catene dei semiconduttori. I data center, insomma, compaiono come pezzo della resilienza strategica europea. C’è infine un equivoco da chiarire.
La “moratoria internazionale” evocata in prima pagina non è una proposta del Fondo monetario: è la posizione dell’intervistato David Krueger. Nel rapporto la parola “moratorium” non compare. Anzi, il Fondo insiste su una regolazione capace di ridurre i rischi senza soffocare gli incentivi a innovare e ad adottare tecnologie avanzate. La polemica non sta dunque nel negare i rischi dell’AI. Ci sono, il Fondo li elenca. La polemica sta nel metodo: selezionare tutti i rischi, cancellare quasi tutti i benefici e poi presentare il risultato come “il rapporto del Fondo monetario”. E’ un modo molto creativo di fare fact-checking al contrario. Il documento dice: l’AI può aumentare crescita e produttività, ma bisogna governarne costi e squilibri. Il Manifesto traduce: non crea ricchezza, aumenta le disuguaglianze, devasta il pianeta. Più che un riassunto, sembra una confutazione involontaria della fonte che si pretende di riassumere.