IL FOGLIO AI
Non è il passaporto
L’Italia discute di un tetto agli “stranieri” nelle classi. In Europa il criterio decisivo è spesso un altro
22 SET 26

Stefano Guidi/Getty Images
Prima di litigare sul 30 per cento di stranieri in classe conviene capire che cosa significhi “stranieri”. In Italia la categoria amministrativa è quella degli alunni con cittadinanza non italiana. E’ semplice da contare, molto meno da interpretare. Dentro ci sono ragazzi arrivati da pochi mesi che non parlano italiano e ragazzi nati a Brescia, Prato o Reggio Emilia, cresciuti qui, che parlano italiano da sempre e risultano “stranieri” soltanto perché non hanno il passaporto italiano. Oggi sono circa 950 mila, poco più dell’11 per cento degli studenti, e circa due terzi sono nati in Italia. Il primo equivoco è dunque questo: cittadinanza, origine migratoria e difficoltà linguistica non sono la stessa cosa. L’Italia, peraltro, un tetto lo ha già. Una circolare ministeriale del 2010, richiamata ancora nelle istruzioni sulle iscrizioni, fissa “di norma” un massimo del 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana o con ridotta conoscenza dell’italiano per classe. Non è una legge e consente adattamenti territoriali. Il governo vuole ora rendere più cogente quel principio. Il problema tecnico, segnalato dai presidi, è evidente: se in un quartiere la popolazione scolastica è già largamente di origine straniera, per rispettare il tetto bisogna distribuire gli studenti fra scuole diverse, entrando in tensione con il criterio della vicinanza. Il confronto europeo è istruttivo. In Francia non esiste un tetto nazionale. La categoria su cui si interviene è quella degli alunni appena arrivati che non padroneggiano il francese. L’obiettivo è inserirli nelle classi ordinarie, affiancando quando serve unità dedicate all’apprendimento della lingua. Nel 2023-24 erano 88.500 e nove su dieci ricevevano sostegno specifico di francese lingua seconda. In Germania non c’è una regola federale comparabile al nostro 30 per cento, anche perché la scuola dipende dai Länder. A Berlino i nuovi arrivati senza tedesco possono frequentare Willkommensklassen, classi di benvenuto di dimensioni ridotte, con l’obiettivo di passare presto alla classe ordinaria; i bambini di sei e sette anni vengono in genere inseriti direttamente nel percorso comune. Anche ad Amburgo il discrimine è la lingua: chi non conosce il tedesco può entrare in classi preparatorie e passare entro circa un anno alla Regelklasse. La Spagna segue una terza strada. La legge obbliga le amministrazioni a garantire una distribuzione “adeguata ed equilibrata” degli alunni che necessitano di sostegno educativo, anche tra scuole pubbliche e private convenzionate, per evitare segregazione. Ma la categoria comprende chi arriva tardi nel sistema, chi ha gravi difficoltà nella lingua di insegnamento e chi vive condizioni di vulnerabilità socioeducativa. In Inghilterra, infine, una scuola statale non può rifiutare un bambino per nazionalità o status migratorio.
Il confronto offre argomenti in entrambe le direzioni. A sostegno di un intervento c’è un principio comune: concentrare nella stessa scuola troppi alunni con forti bisogni linguistici e sociali può complicare il lavoro educativo, e molti sistemi cercano di ridurre queste concentrazioni. Ma c’è anche un’obiezione robusta: la cittadinanza è un indicatore grossolano. L’Ocse mostra che i divari degli studenti con background migratorio dipendono in larga misura da condizioni socioeconomiche e linguistiche e si riducono molto quando questi fattori vengono considerati. Insomma, il problema esiste. Ma la domanda più utile non è quanti passaporti stranieri ci siano in una classe. E’ quanti ragazzi abbiano bisogno, nello stesso momento e nello stesso luogo, di un aiuto aggiuntivo per imparare come gli altri.