La globalizzazione che non si vede

Un nuovo studio dell’Ocse trova interdipendenze che le statistiche tradizionali non riescono a vedere
22 SET 26
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Da anni raccontiamo la stessa storia. Le catene globali si accorciano, il reshoring avanza, la geopolitica sostituisce l’economia, la globalizzazione entra nel suo tramonto. Poi arriva un’indagine dell’Ocse e suggerisce una possibilità più interessante: forse una parte della globalizzazione non sta scomparendo, siamo noi che non riusciamo più a vederla. Lo studio si intitola “Participation in GVCs through capital goods and services” ed è interessante soprattutto per il modo in cui cambia la fotografia. Le statistiche tradizionali sul commercio in valore aggiunto, le TiVA, seguono bene i passaggi internazionali degli input intermedi, ma trattano il capitale come domanda finale. Se una fabbrica italiana compra un macchinario tedesco, un software americano o utilizza una tecnologia sviluppata altrove, una parte decisiva della sua dipendenza dall’estero tende così a scomparire dalla ricostruzione della catena produttiva.
L’Ocse prova a rimettere quel capitale dentro la catena. E il risultato è notevole. Considerando macchine, attrezzature, infrastrutture e beni immateriali come software, ricerca e sviluppo e database, la partecipazione media dei paesi Ocse alle catene globali del valore aumenta di circa 11 punti percentuali. La quota di servizi incorporati nell’export manifatturiero sale di circa 9 punti. Non significa che le vecchie statistiche fossero sbagliate. Significa che raccontavano meglio un’economia in cui il commercio coincideva con lo spostamento fisico dei beni e peggio un’economia in cui il valore si sposta senza farsi fotografare in dogana. E qui la storia diventa politica. Da anni leggiamo ogni modifica delle catene produttive come una prova della ritirata della globalizzazione: reshoring, friendshoring, dazi, sussidi, controlli sugli investimenti, sicurezza economica, guerre commerciali. Tutto vero. Ma da questi fenomeni non discende automaticamente che il mondo stia tornando nazionale. Le catene possono cambiare geografia, sostituire alcuni fornitori con altri, incorporare più tecnologia e più servizi e continuare tuttavia a essere internazionali. Un altro rapporto dell’Ocse ha mostrato quest’estate che nel 2024 l’uso di beni e servizi importati nella produzione mondiale era vicino ai massimi storici e che il commercio legato alle catene globali valeva circa il 17 per cento del pil mondiale. Il dato più interessante non è dunque la fine dell’interdipendenza, ma la sua trasformazione. La globalizzazione del 2005 si vedeva nei porti cinesi, nei container e nelle fabbriche trasferite. Quella di oggi si vede anche in un’impresa italiana che usa un software americano, una macchina tedesca, un brevetto olandese e ricerca sviluppata in Francia. Questo aiuta a capire perché “de-risking” e “deglobalizzazione” non siano sinonimi. Ridurre una dipendenza critica dalla Cina può voler dire aumentare i fornitori in Vietnam, India, Messico o Europa orientale. Produrre più semiconduttori in occidente può significare costruire nuove catene dipendenti da macchinari olandesi, materiali giapponesi, progettazione americana, energia europea. La sicurezza economica può rendere le catene meno concentrate senza renderle meno globali. Diversificare non significa autarchia. Resilienza non significa autosufficienza.
C’è poi un punto ancora più importante. Più cresce il peso degli intangibili, più la distinzione tra industria e servizi diventa antiquata. Una macchina utensile non è più soltanto acciaio: contiene software, assistenza, sensoristica, dati, progettazione, manutenzione, brevetti. Un’automobile è sempre più un oggetto industriale costruito su una quantità crescente di servizi. Se si misura soltanto ciò che attraversa fisicamente il confine, si sottovaluta proprio la parte dell’economia che cresce di più.
Per l’Italia la lezione è doppia. Un paese inserito nelle filiere europee, forte nella meccanica, nei macchinari, nella componentistica, nel design e nei servizi industriali rischia di essere raccontato male se si guarda soltanto al saldo commerciale o al numero di fabbriche riportate a casa. E per un’economia come la nostra il pericolo maggiore non è essere troppo interdipendente, ma diventare periferica rispetto alle nuove interdipendenze costruite attorno a tecnologia, capitale, ricerca e servizi avanzati.
Non significa negare i problemi della globalizzazione. Le dipendenze strategiche esistono, la geopolitica conta, alcuni fornitori sono rischiosi, alcune produzioni devono essere protette o diversificate. Ma una cosa è correggere la globalizzazione e un’altra è dichiararla finita. La scoperta dell’Ocse serve a ricordarci che prima di celebrare il tramonto di un sistema economico bisogna essere sicuri di sapere dove guardare. Perché può darsi che la globalizzazione non stia sparendo. Può darsi che sia diventata soltanto più difficile da contare.