Il 30 per cento e il resto della classe. Un dibattito

Che cosa vogliamo limitare davvero: gli stranieri o le condizioni che rendono difficile insegnare e imparare? Perché se il problema è il passaporto, la soluzione è semplice: basta contare. Se il problema è l’integrazione, bisogna distinguere. Dialogo sulla proposta di Meloni
22 SET 26
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Marta: Se in una classe otto bambini su dieci non parlano bene italiano, quella non è più soltanto una difficoltà degli otto. Diventa una difficoltà di tutti. Se vogliamo integrare, dobbiamo evitare le concentrazioni.
Luca: Sono d’accordo con la premessa e non con la conclusione. Hai appena detto: otto bambini che non parlano italiano. Meloni invece ha parlato di un numero massimo di studenti stranieri. Sono due categorie diverse.
Marta: Proprio perché esiste bisogna misurarlo bene. Giuseppe Valditara ha richiamato il tetto del 30 per cento già previsto da una circolare del 2010. La stessa circolare, però, permette di superare il 30 per cento quando gli studenti possiedono adeguate competenze linguistiche e, al contrario, di abbassarlo quando la conoscenza dell’italiano è insufficiente.
Luca: Questa è la parte migliore del tuo argomento. Se la legge significasse che un bambino appena arrivato dal Bangladesh non deve essere concentrato con altri venti bambini appena arrivati, sarei con te. Ma perché devo mettere nello stesso conto lui e una ragazza rumena nata a Bologna, che parla italiano meglio di me, ma non ha la cittadinanza?
Marta: Perché una legge deve avere criteri verificabili.
Luca: Anche la temperatura è verificabile. Ma non la userei per formare le classi. La conoscenza dell’italiano, il tempo trascorso nel sistema scolastico, eventualmente la condizione sociale: le cose che incidono davvero sulla didattica.
Marta: E chi misura l’italiano? Facciamo un esame a sei anni? Il pregio del tetto è che costringe l’amministrazione ad accorgersi di un problema che altrimenti tutti contemplano senza risolverlo.
Luca: Il rischio è che per risolvere una concentrazione linguistica tu ne inventi una burocratica. Gli studenti con cittadinanza non italiana sono circa 950 mila, poco più dell’11 per cento, e circa due terzi sono nati in Italia. Chiamarli tutti stranieri descrive il loro passaporto, non necessariamente la loro esperienza scolastica.
Marta: Se aspettiamo il criterio perfetto non facciamo mai niente. In certe scuole la segregazione esiste: le famiglie che possono scegliere se ne vanno, quelle che non possono restano.
Luca: Ma dimmi come applichi il 30 per cento in un quartiere dove gli studenti con cittadinanza straniera sono il 50 o il 60 per cento.
Marta: Li distribuisci.
Luca: Dove? E se gli istituti vicini hanno lo stesso problema? Quindi un bambino di sette anni attraversa la città perché ha il passaporto sbagliato?
Marta: Allora mettiamo trasporti gratuiti, incentivi, accordi tra istituti. Ma non mi puoi dire che siccome è difficile distribuirli va bene concentrarli.
Luca: Non te lo dico. Ti dico che la soluzione deve intervenire sulla segregazione, non sulla nazionalità.
Marta: La nazionalità spesso segnala il problema.
Luca: Spesso non significa sempre. Uno può avere cittadinanza marocchina, essere nato a Modena e aver fatto tutta la scuola in Italia; un altro può avere cittadinanza italiana, essere cresciuto all’estero e parlare pochissimo italiano. Se il criterio è il passaporto, il primo pesa sul tetto e il secondo no. Didatticamente non ha senso.
Marta: Allora esentiamo dal conteggio chi è nato o ha svolto il percorso scolastico qui.
Luca: Perfetto. A quel punto hai ammesso che il problema non erano gli stranieri.
Marta: Ho ammesso che bisogna definire bene quali studenti hanno un bisogno specifico.
Luca: Che è esattamente quello che sto dicendo io.
Marta: La scuola però non serve soltanto a imparare le tabelline. Serve a costruire una comunità. Se in una classe un gruppo diventa largamente maggioritario, l’integrazione può essere più difficile anche se i bambini parlano italiano.
Luca: Prima era la lingua, adesso è l’identità. Se parliamo di pluralismo, però, è un’altra cosa.
Ed è qui che il dibattito comincia davvero. Entrambi riconoscono che alcune concentrazioni possono produrre segregazione e difficoltà linguistiche, ma anche che straniero è una categoria troppo larga per coincidere automaticamente con un bisogno educativo. Marta vuole una regola forte perché teme che, senza un vincolo, l’integrazione resti affidata alla buona volontà di scuole già sovraccariche. Luca teme invece che la cittadinanza diventi una scorciatoia per classificare come problema ragazzi che problemi linguistici non ne hanno.
Marta: Quindi aboliresti qualsiasi tetto?
Luca: No. Metterei un tetto alla concentrazione dei bisogni educativi aggiuntivi, soprattutto linguistici, e investirei in italiano L2, mediatori, tempo pieno e trasporti. La scuola eredita la geografia della città.
Marta: Bellissimo. Costa.
Luca: Anche spostare migliaia di bambini costa. Purché non cominci dalla parola sbagliata.
L’operazione politica di Meloni sta tutta qui. Prende un problema reale – classi nelle quali l’integrazione può diventare più difficile perché troppe fragilità si concentrano nello stesso luogo – e lo traduce in un’immagine molto più semplice: i bambini italiani non devono diventare minoranza, ha detto annunciando il provvedimento. La semplicità della formula apre però una domanda.
Che cosa vogliamo limitare davvero: gli stranieri o le condizioni che rendono difficile insegnare e imparare?
Perché se il problema è il passaporto, la soluzione è semplice: basta contare. Se il problema è l’integrazione, bisogna distinguere. Distinguere chi non conosce la lingua da chi è nato qui, la difficoltà educativa dalla nazionalità, la concentrazione sociale dalla provenienza, il ragazzo appena arrivato dal ragazzo che l’Italia non l’ha raggiunta: ci è nato. Il 30 per cento può dunque essere uno strumento da discutere. Ma prima di contare gli stranieri bisogna capire chi stiamo contando.