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Come parlare di Fauda
Con la quinta stagione della serie israeliana è arrivato il solito processo: fiction o propaganda?
19 SET 26

Prima regola per parlare di Fauda: non cominciare dicendo che ti piace Fauda. E’ imprudente. Prima conviene allegare il certificato delle proprie intenzioni: Netanyahu non è il mio primo ministro ideale; Gaza è una tragedia; sì, conosco il diritto internazionale. Solo a quel punto, forse, si può confessare che Doron è un personaggio formidabile e che la serie israeliana è una delle cose più avvincenti prodotte dalla televisione negli ultimi anni. E’ una piccola assurdità culturale che Peggy Sastre fotografa bene su Le Point. Con l’arrivo della quinta stagione su Netflix, scrive, una parte importante della stampa culturale francese – Libération, Télérama, Nouvel Obs – ha trattato Fauda non tanto come una serie da giudicare, ma come un reperto politico da interrogare. Libération ha titolato addirittura “Netflix fait le Tsahal boulot”: Netflix fa il lavoro dell’esercito israeliano. La premessa implicita, osserva Sastre, è che Fauda non sia davvero una fiction ma sostanzialmente propaganda. Seconda regola, dunque: ricordare agli interlocutori che vedere non significa approvare. E’ una convenzione elementare quando guardiamo qualunque altra storia. Possiamo seguire Il padrino senza sostenere Cosa Nostra, Narcos senza diventare narcotrafficanti, Sicario senza iscriverci a un cartello messicano. Come scrive Sastre, la fiction serve proprio a “immaginare senza approvare, comprendere senza assolvere, far esistere senza avallare”. Stranamente, appena compare Israele, questo piccolo miracolo chiamato sospensione dell’incredulità viene sospeso a sua volta. Terza regola: non accettare l’idea che ogni israeliano sullo schermo sia un portavoce del governo israeliano. Fauda è piena di israeliani violenti, nevrotici, arroganti, disperati, irresponsabili. Sono spesso eroi e spesso disastri ambulanti. E dall’altra parte ci sono palestinesi ridotti raramente a semplici figurine: hanno famiglie, ambizioni, paura, amore, vendetta, dignità, fanatismo. Si può discutere se l’equilibrio funzioni sempre. Ma questo è precisamente discutere una serie, non interrogare un imputato.
E’ qui che l’articolo di Le Point diventa più interessante. Sastre sostiene che davanti a un’opera israeliana si perda talvolta quella “intelligenza interpretativa” che concediamo normalmente all’arte: tutto viene assorbito dalla politica, come se non potessero più esistere artisti e individui israeliani ma soltanto “messaggeri di uno stato paria”. E’ una formulazione dura, ma individua un tic reale: chiedere a ogni romanzo, film o serie israeliana di dimostrare preventivamente la propria innocenza. Quarta regola: rivendicare tranquillamente una simpatia per Israele senza trasformarla in un assegno in bianco. Si può pensare che Israele abbia diritto a esistere e difendersi, considerare il 7 ottobre una ferita che non può essere cancellata, sentirsi culturalmente vicini a una società israeliana litigiosa, liberale, traumatizzata, contraddittoria, e contemporaneamente giudicare disastrose scelte del suo governo. Dovrebbe essere normale. E’ diventato quasi un esercizio di equilibrismo. Ultima regola: quando qualcuno vi domanda se Fauda sia propaganda, rispondete con una domanda meno ideologica: è una buona serie? Poi discutete la sceneggiatura, i personaggi, ciò che mostra e ciò che nasconde. E’ possibile perfino concludere che sia parziale: tutte le storie lo sono. La cosa davvero curiosa sarebbe arrivare al punto in cui Israele possiede ancora il diritto di essere criticato, ma non quello di raccontarsi. Ed è esattamente lì che una conversazione su Fauda smette di parlare di televisione e comincia, involontariamente, a raccontare qualcosa di noi.
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Testo realizzato con AI