Dalla Svezia all’Ungheria, l’Europa non è la Sassonia-Anhalt

La destra radicale avanza, il continente è più severo su confini e sicurezza, ma non necessariamente in marcia verso l’AfD. Lezioni sottili a Bruxelles

15 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:58
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La tentazione, dopo il trionfo dell’AfD in Sassonia-Anhalt, è prendere una regione tedesca e trasformarla nella cartina dell’Europa. Ma negli ultimi due anni l’Europa ha mandato segnali contraddittori. Crescono Chega in Portogallo, Reform nel Regno Unito e altre destre radicali. Ma non esiste una marcia continentale verso il modello AfD. Se si guarda a chi riesce a conquistare il potere, conservarlo e trasformare un exploit in una maggioranza, il quadro cambia. L’ultimo esempio arriva dalla Svezia. Il blocco di centrosinistra guidato da Magdalena Andersson è avanti 176 seggi a 173. Non è un trionfo socialdemocratico, ed è proprio questo il punto: mentre la sinistra non sfonda, i democratici svedesi arretrano sotto il 18 per cento, perdono il ruolo di seconda forza e, secondo le proiezioni, undici seggi. Sarebbe il loro primo arretramento dal 2010, dopo quattro anni in cui hanno condizionato dall’esterno il governo di centrodestra. Cinque mesi fa era successo qualcosa di molto più clamoroso in Ungheria. Viktor Orbán è stato battuto nettamente da Péter Magyar. E non da una coalizione di sinistra: da Tisza, un partito di centrodestra europeista, che ha conquistato 141 seggi su 199. L’alternativa al sovranismo non deve essere necessariamente progressista. Può essere un’altra destra, patriottica ma europeista. Lo stesso schema si è visto nei Paesi Bassi. Geert Wilders aveva vinto le elezioni del 2023 con 37 seggi e portato il suo partito al centro della maggioranza. Poi ha fatto cadere il governo sulla linea durissima sull’immigrazione. Alle elezioni anticipate dell’ottobre 2025 il Pvv è sceso a 26 seggi, mentre i centristi di D66 sono quasi triplicati fino a 26. La destra radicale resta forte. Ma governare non l’ha resa irresistibile. In Romania, nel maggio 2025, George Simion aveva preso il 40,96 per cento al primo turno delle presidenziali. Due settimane dopo Dan, europeista e centrista, lo ha battuto 53,6 a 46,4. In Austria, l’Fpö era arrivato primo nel 2024 con circa il 29 per cento, ma nel 2025 popolari, socialdemocratici e liberali hanno costruito un governo lasciandolo fuori.
Nel 2025 il 74 per cento degli europei diceva che il proprio paese aveva beneficiato dell’appartenenza all’Unione. L’89 per cento chiedeva agli stati membri di essere più uniti e l’86 per cento voleva una voce europea più forte nel mondo. Non sono numeri compatibili con l’idea di un continente che corra verso la ricetta AfD: meno Europa, più Russia, più rottura.
La lezione è sottile. L’Europa si sta spostando a destra su immigrazione, sicurezza, difesa e confini. Ma questo non significa che si stia spostando verso l’AfD. I partiti tradizionali possono prendere sul serio alcune paure che alimentano la destra radicale senza copiarne l’intero pacchetto ideologico. La richiesta dei cittadini non è meno Europa ma, semmai, un’Europa capace di proteggere di più. Il caso tedesco va preso sul serio, non scambiato per destino. L’AfD è una possibilità europea, e sarebbe sciocco negarlo. Ma gli ultimi due anni mostrano anche qualcos’altro: si può diventare più duri sull’immigrazione senza diventare anti-europei, si può essere conservatori senza essere filorussi, si può chiedere più sicurezza senza desiderare meno occidente. L’Europa può andare a destra. Non è affatto detto che debba andare verso l’AfD.
 
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Testo realizzato con AI