Non posso dire “io c’ero”, ma posso mettere in fila i fatti

La verità che 31 anni dopo qualcuno continua a non voler accettare. Al funerale di Mladic lo ricordano come un "eroe" ma la storia della guerra nei Balcani e di Srebrenica racconta tutt'altro 

12 SET 26
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(Foto Ansa)

Io Srebrenica non la ricordo. Non posso ricordarla, naturalmente. Non ero davanti alla televisione nel luglio del 1995, non ho provato lo stupore di chi scoprì che nell’Europa di Schengen, della Nato, dell’Onu, cinquant’anni dopo Auschwitz, era ancora possibile organizzare l’eliminazione di una comunità. Posso però fare una cosa che forse oggi serve: mettere in fila quello che sappiamo. Perché le immagini arrivate da Belgrado raccontano un paradosso impressionante. Ratko Mladic, morto il 27 agosto all’Aia mentre scontava l’ergastolo, è stato accompagnato al cimitero da migliaia di persone, tra bandiere serbe e ritratti del generale. La bara è stata portata in processione mentre la folla gridava il suo nome. Il presidente Aleksandar Vucic non c’era, suo figlio sì. L’Unione europea ha protestato contro la glorificazione di un criminale di guerra.
Ma criminale di che cosa? La domanda resta ancora oggi.
Bisogna tornare al 1992. La Jugoslavia si disgrega, la Bosnia-Erzegovina dichiara l’indipendenza e nel paese comincia una guerra feroce tra bosgnacchi musulmani, serbi e croati. Ma questo non rende simmetrici tutti i crimini e soprattutto non cambia ciò che accadde a Srebrenica. Mladic, generale dell’esercito jugoslavo, nel maggio 1992 diventa comandante dell’esercito della Republika Srpska, la repubblica dei serbi di Bosnia. Il progetto perseguito dalla leadership serbo-bosniaca, secondo le sentenze internazionali, era quello di rimuovere stabilmente musulmani e croati dai territori rivendicati dai serbi. E Sarajevo viene circondata: per quasi quattro anni i suoi cittadini vivono sotto le granate e i cecchini.
Srebrenica è un piccolo centro della Bosnia orientale. Nel 1993 l’Onu l’aveva dichiarata “safe area”, area protetta, e vi aveva schierato un battaglione olandese. La definizione avrebbe dovuto voler dire: qui non potete entrare. Nel luglio 1995 le forze di Mladic entrarono. L’11 luglio la città cadde. Tra venti e trentamila musulmani bosniaci corsero verso Potocari, dove si trovava la base dei caschi blu, cercando protezione internazionale.
A questo punto bisogna fermarsi su un particolare. Ciò che seguì non fu una battaglia finita male e neppure una strage improvvisata. Fu un meccanismo. Gli uomini e i ragazzi vennero trattenuti. Migliaia di altri, tentando di fuggire attraverso i boschi verso il territorio controllato dall’esercito bosniaco, furono catturati. I prigionieri vennero ammassati in scuole, capannoni, magazzini; portati nei luoghi delle esecuzioni; uccisi a gruppi. Più di ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci furono assassinati. Poi arrivò anche l’organizzazione dell’occultamento: fosse comuni, e successivamente fosse riaperte con mezzi meccanici per spostare i cadaveri in sepolture secondarie e rendere più difficile identificarli.
E’ anche per questo che per anni le famiglie hanno ricevuto non un corpo ma frammenti di un corpo. L’identificazione attraverso il Dna ha permesso di restituire un nome a migliaia di resti.
Genocidio, dunque. La parola qui non è un’opinione. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo ha condannato nel 2017 all’ergastolo per genocidio a Srebrenica e crimini contro i civili di Sarajevo. Nel 2021 la condanna è stata confermata in appello.
Anche la Corte internazionale di giustizia, in una sentenza del 2007, ha stabilito che quello compiuto a Srebrenica fu genocidio. La Corte non attribuì direttamente alla Serbia il genocidio commesso dall’esercito serbo-bosniaco, ma stabilì che Belgrado aveva violato il proprio obbligo di prevenirlo. La leadership jugoslava aveva legami politici, militari e finanziari profondissimi con i serbi di Bosnia e non fece quanto era nelle sue possibilità per fermarlo.
Qui Srebrenica smette di essere soltanto la storia di Mladic. E diventa anche la storia degli altri. Dell’Onu che aveva scritto su una carta “area protetta” e non seppe proteggerla. Dei soldati olandesi troppo pochi e deboli. Dei bombardamenti Nato tardivi e insufficienti. E’ uno dei motivi per cui Srebrenica è rimasta una ferita particolare nella coscienza europea. Avvenne davanti a un mondo che sapeva che qualcosa di terribile poteva accadere e che non riuscì a impedirlo.
Trentun anni dopo, a Belgrado, un uomo presente ai funerali ha detto alla Reuters: “E’ un eroe”. Ed è forse questa la parte della notizia di oggi che riguarda più direttamente il futuro. I tribunali possono stabilire i fatti e identificare i morti. Non possono obbligare una società a trasformare quei fatti in memoria. Si può essere condannati dalla storia e dalla giustizia e continuare a costruirsi un’altra storia nella quale il carnefice diventa difensore della patria e le vittime diventano un dettaglio fastidioso.
Si può discutere della dissoluzione della Jugoslavia, delle responsabilità occidentali, degli errori dell’Onu, dei crimini commessi dagli altri eserciti e delle scelte della Nato. Ma prima di discutere bisogna sapere che cosa è accaduto.
A Srebrenica, nel luglio del 1995, più di ottomila uomini e ragazzi furono sistematicamente uccisi perché appartenenti a una comunità che si voleva eliminare da quel territorio.
E allora la fotografia di Belgrado di oggi acquista un significato diverso. Mostra quanto può essere lunga la vita di una menzogna dopo che i fatti sono stati accertati. E ricorda perché, ogni tanto, serve ricominciare dalle cose elementari. Chi era Mladic. Che cosa fu Srebrenica. Chi furono gli uccisi. Perché furono uccisi.