IL FOGLIO AI
Dopo Montecarlo c'è San Marino
Sinner, Antonelli e il patriottismo della dichiarazione dei redditi: l'ossessione tutta italiana per case e tasche dei suoi campioni
12 SET 26

(Foto Ansa)
C’è una specialità italiana che non richiede racchette né motori: trasformare il successo in un interrogatorio sulla dignità di chi vince. Bello il campione, ma adesso vediamo dove abita. Con Sinner il copione è noto. Nel 2024 Aldo Cazzullo chiedeva: “Come può Sinner diventare l’orgoglio italiano se non paga le tasse in Italia?”. A luglio Giovanna Botteri è tornata sulla residenza a Montecarlo ricordando che le tasse finanziano gli ospedali. Una questione legittima diventata anche un esame di italianità.
La prossima puntata potrebbe riguardare Kimi Antonelli, residente a San Marino: lo ricordano anche le autorità sammarinesi. Qualche anticipazione è già uscita. A marzo FormulaPassion registrava, fra le critiche di una minoranza di tifosi dopo la vittoria in Cina, proprio il richiamo alla sua residenza. Non è dunque una polemica tutta da inventare, ma il rischio che poche frecciate diventino un tribunale nazionale. Cambia il campione, resta l’idea che per applaudirlo occorra prima approvarne il commercialista.
L’antidoto da portare a cena comincia da una distinzione: cittadinanza e residenza fiscale non sono la stessa cosa. In linea generale, l’Italia tassa i residenti sui redditi ovunque prodotti e i non residenti su quelli di fonte italiana. Non è una deroga per i campioni. E’ il funzionamento del sistema. Il passaporto non è un abbonamento tributario perpetuo.
Naturalmente non basta spostare un indirizzo sulla carta: contano i criteri effettivi di residenza, domicilio e presenza previsti dalla legge. Le residenze fittizie vanno accertate e contestate. Ma proprio per questo non si può trasformare una residenza estera nella prova automatica di un illecito. Risparmiare imposte rispettando le regole ed evaderle sono cose diverse. Confonderle non è rigore: è rinunciare al rigore. Del resto, il problema non riguarda soltanto Sinner o Antonelli. Ogni volta che un italiano eccelle all’estero, sembra scattare una curiosità fiscale che con altri cittadini considereremmo una faccenda privata. Non chiediamo al chirurgo dove tenga il conto corrente, né al manager dove abbia trasferito la residenza prima di congratularci per il suo stipendio. Con gli sportivi, invece, il successo sembra autorizzare una forma speciale di sorveglianza morale. E’ come se la celebrità trasformasse automaticamente il patrimonio in una questione pubblica e la residenza in una dichiarazione di fedeltà. Ma proprio i campioni dovrebbero ricordarci una cosa semplice: lo stato ha strumenti precisi per controllare chi viola le regole e non ha bisogno dell’indignazione popolare per applicarle.
Secondo equivoco: abitare a Montecarlo non significa non pagare tasse in nessun luogo. I premi che Sinner ottiene nei tornei italiani sono soggetti a tassazione italiana alla fonte. Questo non annulla il vantaggio della residenza monegasca, ma smentisce la caricatura del campione che non versa mai nulla. E conoscere la residenza di Antonelli non significa possederne la dichiarazione dei redditi. Prima dei conti in tasca servono i conti, non soltanto le tasche.
L’obiezione migliore, però, merita una risposta: è giusto che chi guadagna moltissimo possa scegliere un fisco più conveniente mentre un lavoratore normale ha meno possibilità di muoversi? Non è demagogia chiederselo. La legalità non esaurisce il giudizio politico o morale. Ma allora discutiamo di concorrenza fiscale, equità, accordi fra stati. E ricordiamo che anche l’Italia offre un regime agevolato sui redditi esteri a chi trasferisce qui la residenza e possiede determinati requisiti. Non possiamo chiamare attrattività ogni arrivo e tradimento ogni partenza.
Si può criticare una scelta lecita senza inventare un reato. Si può desiderare un contributo maggiore senza togliere a qualcuno la nazionalità. Si può chiedere uno stato più equo senza pretendere che un ventenne risolva con il proprio domicilio le contraddizioni della fiscalità internazionale. Il punto non è che i campioni debbano essere intoccabili: è che non devono diventare colpevoli per renderci più sopportabile il loro successo.
Quando a cena arriverà la frase “sì, bravo, però le tasse”, basterà chiedere: stiamo discutendo una legge, una scelta personale o una violazione dimostrata? Sono tre conversazioni diverse. Il moralismo prospera quando le mescola. Un paese adulto dovrebbe saper pretendere il rispetto delle regole senza distribuire patenti di appartenenza. E riuscire, ogni tanto, ad applaudire senza convocare un processo.