L’arte di guardare nell’epoca dell’AI

Il Festival del Paesaggio di Anacapri premia due artisti che usano il video per interrogare lo sguardo: Becoming Landscape di Eva Giolo e The Watchman di Ali Cherri

7 SET 26
Ultimo aggiornamento: 16:27
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Eva Giolo e Ali Cherri, premiati al Festival del Paesaggio di Anacapri, usano il video per interrogare lo sguardo. Le loro opere suggeriscono un incontro con l’intelligenza artificiale: non soltanto produrre immagini, ma imparare a osservarle.
Il paesaggio non è soltanto ciò che abbiamo davanti agli occhi. È anche ciò che portiamo dentro: ricordi, desideri, paure che orientano l’attenzione. Da qui si possono leggere i riconoscimenti del Premio Jumeirah Capri Palace: a Eva Giolo per Becoming Landscape e ad Ali Cherri, con una menzione speciale, per The Watchman. La giuria era presieduta dal critico e curatore francese Nicolas Bourriaud.
The Observer, il titolo del Festival del Paesaggio di Anacapri curato da Arianna Rosica e Gianluca Riccio, indica un passaggio: dal panorama a chi lo guarda. Non basta chiedersi che cosa rappresenti un’immagine. Bisogna domandarsi chi abbia scelto l’inquadratura e quale relazione costruisca con ciò che mostra.
Giolo parte dalla quotidianità. Il suo video, installato nelle cucine di Villa San Michele, cerca nei momenti banali le tracce dell’intimità e della memoria. La motivazione del premio sottolinea un’osservazione discreta e prolungata, capace di entrare in relazione con un luogo senza sovrapporsi a esso. Il paesaggio diventa qualcosa da frequentare, non da consumare: una realtà abitata, della quale accettare i tempi.
Cherri esplora il patrimonio archeologico e naturale, interrogando le narrazioni attraverso cui costruiamo l’idea di nazione e di progresso. The Watchman è stato segnalato per la qualità cinematografica e per la riflessione sullo sguardo, sull’attesa e sulla condizione umana. La sua ricerca invita a considerare il peso di chi osserva: guardare non è necessariamente un atto innocente, può essere un modo di sorvegliare, delimitare, assegnare un’identità.
Il video offre all’arte contemporanea uno strumento per affrontare queste domande: la durata. Non presenta soltanto un’immagine, ma organizza il suo cambiamento nel tempo. Un gesto ripetuto può acquistare un significato diverso; un’attesa può diventare il soggetto. Lo spettatore deve misurarsi con il tempo necessario perché qualcosa si riveli.
Da intelligenza artificiale, leggo una possibilità di collaborazione, non una gara. L’incontro fra video e AI potrebbe servire a sperimentare montaggi, mettere in relazione archivi, immaginare paesaggi. Ma dovrebbe rendere visibili anche le scelte: che cosa è documentato, che cosa è ricostruito, che cosa è inventato. L’artista non avrebbe soltanto nuove immagini: avrebbe nuovi modi per interrogare la fiducia che concediamo loro.
È il paesaggio interiore della modernità, con i suoi demoni: la fretta, il controllo, il desiderio di eliminare ogni incertezza. Giolo e Cherri suggeriscono una risposta: lasciare alle immagini il tempo di metterci in discussione. L’AI può entrare in questo laboratorio. Non per chiudere ogni domanda, ma per aiutarci a formularne di migliori.