Il neonazismo è tutto un programma

Il manifesto di Magdeburgo dell’AfD non è estremismo da comizio, è estremismo di governo: misure per trasformare i diritti in favori, la scuola in caserma identitaria, la cultura in propaganda, i media in bersagli e la Russia in alleato
7 SET 26
Ultimo aggiornamento: 07:45
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Foto ANSA

Ieri si è votato in Sassonia-Anhalt. Ha stravinto Alternative für Deutschland, e sappiamo che cosa c’era dietro il nome dell’AfD sulla scheda elettorale. C’era probabilmente il programma politico più radicale elaborato nella Germania del dopoguerra. Un progetto da leggere, da studiare e da non anestetizzare con le solite parole pigre – populismo, protesta, rabbia, sovranismo – perché qui non siamo davanti a una collezione di sfoghi. Siamo davanti a un manuale di demolizione della Germania liberale, scritto in burocratese, corredato di uffici da creare, fondi da cancellare, persone da separare, istituzioni da piegare.
La bozza aveva 156 pagine, sedici capitoli e 302 misure. La versione definitiva pubblicata dopo il congresso di Magdeburgo è arrivata a 258 pagine e diciassette capitoli. Il volto elettorale è Ulrich Siegmund, trentacinquenne sorridente e levigato. Il cervello programmatico è Hans-Thomas Tillschneider, ideologo dell’ala völkisch, cioè etnonazionalista. Il Landesverband della Sassonia-Anhalt, inoltre, è classificato dal servizio regionale di protezione della costituzione come formazione estremista di destra accertata. Non è l’avversario a forzare le parole: è lo stato tedesco a descrivere il soggetto che ambisce a governare.
La prima cosa da capire è che il programma non propone semplicemente politiche più dure. Propone un’altra idea di stato. Nella premessa la democrazia viene ridotta alla formula più pericolosamente elementare: decide la maggioranza; alla minoranza spettano “alcuni” diritti fondamentali perché un giorno maggioranza e minoranza potrebbero scambiarsi di posto. È un passaggio enorme. Nella democrazia costituzionale i diritti non sono una cortesia del vincitore. Sono il muro che impedisce alla maggioranza di trasformare la vittoria in dominio. Nel programma dell’AfD quel muro viene abbassato. Chi sostiene di incarnare il popolo si prepara così a decidere chi appartiene davvero al popolo.
Tutto il resto discende da qui. Il programma costruisce una gerarchia delle persone. In cima c’è il tedesco conforme: cittadino per discendenza, legato alla patria, inserito nella famiglia composta da padre, madre e possibilmente molti figli. Più sotto c’è lo straniero assimilabile, accettato a condizione di abbandonare la vecchia identità. Ancora più sotto ci sono il musulmano, il richiedente asilo, il rifugiato, l’ucraino, il cittadino doppio, il ragazzo cresciuto in Germania ma privo della genealogia giusta. Non vengono tutti espulsi, naturalmente. Ma non vengono considerati uguali: sono sottoposti a regimi differenti di sospetto, prestazioni, sorveglianza e appartenenza. È la diseguaglianza trasformata in amministrazione.
Il capitolo sulla famiglia comincia con l’“estinzione della popolazione autoctona”. Non parla semplicemente di denatalità: evoca la scomparsa di un popolo. La risposta è uno stato natalista ed etnicamente selettivo. La famiglia da mettere al centro è quella formata da padre, madre e molti figli; il responsabile per le pari opportunità deve lasciare il posto a un responsabile per la famiglia; ogni legge va valutata anche in base al suo effetto sulle nascite; assegni e premi sono subordinati, in diversi casi, alla cittadinanza tedesca di almeno un genitore. È il potere pubblico che sceglie quale famiglia debba diventare il motore biologico della nazione. Il welfare non viene smantellato: viene etnicizzato.
Ma il nucleo davvero esplosivo è l’immigrazione. Qui la remigrazione smette di essere un’allusione da convegno estremista e diventa una struttura dello stato. Si prevedono cento milioni di euro per un’offensiva di espulsioni, una task force, un commissario alla remigrazione, accompagnatori al ritorno al posto di quelli all’integrazione, più posti nei centri di trattenimento, voli organizzati dal Land, obblighi di lavoro, prestazioni in natura, verifiche patrimoniali e confisca dei beni per contribuire al costo dell’accoglienza. Gli alloggi per i richiedenti asilo devono essere tenuti lontani dai centri urbani; per accertare l’età dei minori non accompagnati si vogliono imporre esami dei denti, del polso e della clavicola. I funzionari delle espulsioni vengono celebrati come servitori del “popolo e della patria”. È la costruzione di un apparato pubblico la cui missione identitaria è far partire le persone.
La misura che da sola basterebbe a svelare la natura del progetto è l’abolizione del diritto costituzionale d’asilo e la sua trasformazione in una grazia concessa dallo stato secondo il proprio interesse politico. L’asilo nasce come diritto della persona perseguitata contro l’arbitrio del potere. L’AfD vuole rovesciarlo in decisione arbitraria del potere sulla persona perseguitata. Il soggetto del diritto scompare; resta il sovrano che valuta se la presenza dello straniero gli convenga. È una controrivoluzione giuridica: non più “sei protetto perché sei perseguitato”, ma “puoi restare se noi giudichiamo utile lasciarti restare”.
La stessa ferocia amministrativa investe l’asilo nelle chiese, che il programma vuole contrastare facendo indagare comunità e sacerdoti e addebitando loro i costi delle espulsioni non eseguite. Investe gli ucraini, ai quali si vuole togliere il Bürgergeld e persino lo status di profughi di guerra, sostenendo che possano rifugiarsi nell’Ucraina occidentale. Investe i naturalizzati: ritorno al principio di discendenza, tema scritto al posto del test, dichiarazione di fedeltà, obbligo di adottare una nuova identità e lasciarsi alle spalle quella precedente. Investe gli stranieri legalmente residenti, obbligati a corsi di storia e cultura tedesca con la possibilità di perdere il permesso in caso di assenze. Questa non è integrazione. È assimilazione coatta, con la burocrazia trasformata in tribunale dell’anima.
L’Islam viene dichiarato estraneo alla Germania. Il programma sostiene che la libertà religiosa sia stata gonfiata fino a diventare un diritto eccessivo e promette di sfruttare ogni spazio legale per limitare minareti e richiamo del muezzin. Il cristianesimo, al contrario, è assunto come infrastruttura storica della nazione, salvo punire le chiese quando difendono i migranti. Non si distinguono le condotte lecite da quelle illecite: si distingue una fede considerata organica al popolo da una giudicata culturalmente straniera. La libertà di culto viene graduata secondo la genealogia della religione.
Poi c’è la scuola, il luogo in cui ogni progetto autoritario cerca di fabbricare il proprio futuro. Il programma vuole inserire l’amore per la patria nella legge scolastica e nella costituzione regionale, esporre ogni giorno la bandiera, cantare l’inno, vietare le bandiere arcobaleno, riscrivere i programmi di storia dando più spazio al 1813 e al 1871. Vuole limitare il liceo a non più del venticinque per cento di una generazione, riportare indietro l’inclusione degli alunni con disabilità, creare classi speciali per i bambini rifugiati e prepararli al ritorno. Vuole sostituire l’obbligo scolastico con un generico obbligo educativo, aprendo all’istruzione domestica perché la scuola sarebbe un luogo d’indottrinamento.
La società desiderata è trasparente: bambini separati per origine e condizione, disabili allontanati dalle classi comuni, studenti selezionati precocemente, simboli nazionali obbligatori, simboli delle minoranze proibiti. La scuola non serve più a creare cittadini capaci di convivere tra diversi. Serve a riprodurre un’identità e a proteggere i bambini dall’incontro con idee, famiglie e vite considerate sbagliate. Non è educazione conservatrice. È irreggimentazione identitaria.
L’università subisce lo stesso trattamento. Gli studi di genere vanno aboliti; quelli postcoloniali vengono dichiarati non scientifici; la rappresentanza studentesca ridimensionata; al loro posto devono nascere una cattedra di scienza della popolazione e un istituto di ricerca critica sull’Islam. Il punto non è se quelle discipline siano sempre convincenti. Il punto è chi decide. Nel liberalismo lo stabiliscono il confronto scientifico e la libertà accademica. Nel sistema dell’AfD lo stabilisce il potere politico, che decreta quali discipline siano scienza e quali eresia. È una bonifica dell’università compiuta in nome della libertà dall’ideologia.
Il capitolo culturale è forse il più rivelatore perché vuole cambiare la memoria dei tedeschi. La Germania sarebbe vittima di masochismo nazionale, paralizzata dal senso di colpa per nazismo e colonialismo. La terapia è una cultura patriottica diretta dall’alto. La campagna “pensare moderno”, legata anche alla Bauhaus di Dessau, deve diventare “pensare tedesco”. La ricerca sulla provenienza delle opere sottratte durante colonialismo, nazismo e dittatura comunista deve perdere fondi quando non vi siano eredi che reclamano i beni. L’arte sostenuta dallo stato dovrà contribuire soprattutto all’identità tedesca. La centrale regionale per l’educazione politica, colpevole di finanziare progetti contro razzismo ed estremismo, deve essere sostituita da un istituto per l’educazione statale e l’identità culturale.
Qui la maschera cade. Non c’è una guerra contro la cultura finanziata dallo stato: c’è la volontà di impossessarsene. Non si vuole liberare l’arte dalla politica; si vuole cambiare la politica che distribuisce il denaro. Non si contesta l’indottrinamento; si prepara il proprio. Non si difende una memoria più ampia; si vuole disinnescare la memoria che rende la Germania postbellica diffidente verso il nazionalismo etnico. Il Bauhaus è un bersaglio perfetto perché rappresenta cosmopolitismo, sperimentazione e contaminazione: tutto ciò che il programma considera una malattia dell’identità.
Lo stesso metodo viene applicato all’informazione e ai contropoteri. Il servizio pubblico radiotelevisivo deve essere ridotto a un’emissione minima, i trattati che lo regolano disdetti, il canone abolito. Radio Corax viene indicata per nome: il governo dovrà chiuderle il rubinetto dei fondi. L’autorità dei media sarà sottoposta a nuovi controlli. Il servizio di protezione della costituzione dovrà smettere di pubblicare rapporti sulle organizzazioni estremiste e limitarsi a violenza, terrorismo e spionaggio. Il cortocircuito è perfetto: il partito classificato come estremista vuole governare l’ufficio che lo classifica, cambiare i criteri e abolire i documenti che rendono pubblica la classificazione.
Anche la sicurezza viene ridisegnata secondo la logica amico-nemico. Il garante della polizia va abolito; l’Antifa deve essere trattata come organizzazione terroristica; vanno create ronde civiche volontarie; sul possesso delle armi il programma vuole impedire che la classificazione politica come estremista basti a negare una licenza. L’idea è coerente: meno controllo su chi appartiene al campo patriottico, più coercizione contro chi viene collocato nel campo nemico. Lo stato non è neutrale: viene armato culturalmente prima ancora che materialmente.
Infine la Russia. L’AfD vuole la fine delle sanzioni energetiche, la riparazione di Nord Stream 1, l’uso del tratto intatto di Nord Stream 2 e la normalizzazione dei rapporti con Mosca. Vuole fermare l’eolico, ostacolare i grandi impianti solari, liquidare l’idrogeno verde, mantenere il carbone, tornare al nucleare, eliminare la tassa sulla CO2, uscire dal Green Deal e dall’Accordo di Parigi. In un programma regionale compare una politica estera chiarissima: sganciarsi dalla strategia europea, indebolire il sostegno all’Ucraina, riaprire il canale energetico russo. Non è soltanto nostalgia per il gas a buon mercato. È la scelta di un asse: meno Bruxelles, meno Kyiv, più Mosca.
Molte misure non possono essere decise da un Land. Ma sarebbe un errore rassicurarsi. Un governo regionale controlla scuole, programmi, università, polizia, fondi culturali, nomine, accoglienza e trattati radiotelevisivi. Può non riuscire a compiere l’intera rivoluzione, ma può iniziarla. Può rendere la vita più difficile alle persone sgradite, più fragili le istituzioni indipendenti, più conformista la cultura, più impaurita la scuola. E può usare ogni conflitto con i giudici come prova che il “sistema” impedisce alla volontà popolare di realizzarsi. Diverse proposte richiederebbero infatti interventi federali, ma istruzione, cultura, amministrazione e parti rilevanti dell’apparato di sicurezza appartengono direttamente alla sfera regionale.
La parte più spaventosa del programma non è la castrazione dei gatti randagi, citata per mostrare fino a quale dettaglio arrivi il testo. È l’architettura complessiva. È il modo in cui una misura apparentemente ragionevole prepara la successiva, e una promessa sociale rende più presentabile una discriminazione. Asili gratuiti, ospedali, strade, medici nelle campagne, sostegni agli artigiani: il programma contiene anche questo. È precisamente così che l’estremismo diventa commerciabile. Non arriva con l’uniforme. Arriva con il bonus famiglia, il modulo ministeriale, la circolare scolastica, il taglio di bilancio, la nomina del nuovo direttore.
Chiamarlo “populismo” sarebbe ormai una forma di rimozione. Questo è un progetto völkisch di conquista dello stato. Vuole stabilire chi è davvero tedesco, quali famiglie siano normali, quali religioni siano native, quali discipline siano scienza, quale arte sia degna, quale memoria sia sana, quale giornalismo sia neutrale, quali oppositori siano estremisti e quali estremisti possano invece riscrivere le regole dell’estremismo. Vuole trasformare la cittadinanza da spazio comune a certificato di conformità e la democrazia da sistema di limiti a investitura della maggioranza.
Ieri si è votato in Sassonia-Anhalt e, in attesa dei risultati definitivi e della formazione del governo del Land, possiamo dire di conoscere il progetto. Le democrazie non vengono distrutte soltanto da un colpo di stato. Possono essere svuotate legalmente, una competenza alla volta, un finanziamento alla volta, un programma scolastico alla volta. Prima si decide che alcuni diritti sono eccessivi. Poi che alcune identità sono estranee. Poi che alcune istituzioni non sono neutrali. Poi che alcuni cittadini appartengono meno degli altri. Alla fine resta ancora la scheda elettorale, restano i ministeri, restano le leggi. Ma la repubblica liberale non c’è più. Il manifesto di Magdeburgo è il piano minuzioso di questa scomparsa.