La bomba d'amore per Ranucci

Il gip considera il progetto di candidare il presentatore di Report il movente dell’attentato: un'intimidazione non per fermarlo ma per accrescerne la popolarità. Una tesi clamorosa, non una sentenza. Va letta tutta, con prudenza garantista. Ecco la lettura del Foglio Ai
11 AGO 26
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E’ stato arrestato Valter Lavitola, indicato dal gip di Roma Iole Moricca come il presunto mandante dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti alla casa di Sigfrido Ranucci (Ansa)

La notizia di ieri la conoscete: è stato arrestato Valter Lavitola, già direttore dell’Avanti!, indicato dal gip di Roma Iole Moricca come il presunto mandante dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti alla casa di Sigfrido Ranucci a Torvaianica. Con lui è indagato Clesio Tavares Gomes, che per l’accusa avrebbe fatto da intermediario con il gruppo dei presunti esecutori materiali. L’ordinanza è un’ordinanza cautelare, non una sentenza: contiene gravi indizi secondo il giudice, non verità scolpite nel marmo. Lo diciamo subito perché siamo garantisti. E siamo contenti che, davanti all’arresto di Lavitola, il garantismo sembri aver conquistato anche molti amici di Ranucci. Benvenuti nel club: la tessera, però, non vale soltanto quando la ricostruzione del giudice ci pare inverosimile. La parte più semplice della storia è la bomba. Semplice si fa per dire. Il gip ricostruisce una catena che parte da Lavitola, passa per Gomes e arriva agli uomini già colpiti da una precedente misura cautelare. Il 16 ottobre 2025, secondo l’accusa, un ordigno contenente “gelatina da cava” viene collocato e fatto esplodere davanti all’abitazione di Ranucci. Vengono danneggiate le auto del giornalista e della moglie, il cancello e il muro perimetrale. L’ordinanza sottolinea anche il rischio dovuto alla presenza di due veicoli con impianto a gas. Qualunque fosse il movente, insomma, una bomba davanti a una casa resta una bomba davanti a una casa.
Poi comincia la parte più interessante. Perché il gip non sostiene che Lavitola volesse punire Ranucci, zittirlo, vendicarsi di un’inchiesta o fare un favore a un nemico di Report. Sostiene il contrario. Il capitolo dedicato al telefono di Lavitola ha già un titolo eloquente: “il suo progetto di candidare l’amico Ranucci, ritenuto il movente dell’azione criminale”. Traduzione poco giudiziaria e molto maliziosa: la tesi è quella della bomba d’amore. L’espressione, naturalmente, è nostra, non del gip. Il paradosso però è quello: l’attentato sarebbe stato pensato non per diminuire Ranucci ma per ingrandirlo, non per farlo sparire ma per renderlo più visibile, non per chiudergli una carriera ma per aprirgliene un’altra.
Un attentato per accelerare un progetto politico. “Bomba d’amore” è una formula nostra. Il paradosso è tutto nell’ordinanza
Il materiale sequestrato sul telefono di Lavitola è il punto dal quale il gip ricava il movente. Già nel 2024 Lavitola insiste con Ranucci perché immagini una discesa in politica alle elezioni del 2027, fino a fantasticare su Palazzo Chigi. Quando Ranucci gli racconta degli ascolti e delle difficoltà dentro la Rai, Lavitola risponde che essere mandato via potrebbe perfino diventare un vantaggio: “Faresti bingo!!!”, una buonuscita importante e poi, due anni dopo, “fai il Presidente”. Nei mesi successivi torna sull’argomento, considera le presentazioni del libro una specie di test elettorale, propone sondaggi sulla popolarità e invita l’amico a ragionare sulla candidatura. Qui i garantisti devono già fare un piccolo esercizio. Il fatto che Lavitola parlasse di una candidatura non prova che Ranucci volesse candidarsi. Il fatto che Ranucci scherzasse, rispondesse, mandasse fotografie o dati d’ascolto non prova un progetto politico condiviso, meno che mai un progetto criminale. Prova che tra i due esisteva confidenza e che Lavitola coltivava un’idea. È il gip a trasformare quell’idea nel possibile movente. Ed è qui che il garantismo serve: un movente è una ricostruzione, non una telecamera.
Il giudice non si ferma alle fantasie presidenziali. Nei messaggi di gennaio 2025 trova le preoccupazioni di Ranucci per il futuro di Report e per le pressioni che, a suo giudizio, venivano esercitate sulla trasmissione. Ranucci inoltra a Lavitola messaggi ricevuti da terzi, parla di un possibile tentativo di togliergli il programma, gli racconta della circolare Rai che teme possa limitarne l’autonomia. Lavitola reagisce insieme da amico e da aspirante spin doctor: propone sondaggi, ragiona sulla popolarità, interpreta ogni attacco come possibile carburante politico. Il gip legge questo clima come il contesto nel quale sarebbe maturata l’idea dell’attentato. C’è poi Gomes. Nella ricostruzione del gip è uomo di fiducia di Lavitola, collaboratore in Camerun, factotum e guardaspalle. Ranucci lo conosce. In uno scambio del gennaio 2025, dopo una fotografia che ritrae insieme i tre, il giornalista chiede a Lavitola: “Me lo dovresti prestare…”. Il giudice interpreta la battuta come indice del fatto che Ranucci conoscesse la funzione di Gomes e pensasse di poterne utilizzare l’aiuto per problemi professionali. Stop alle fantasie: l’ordinanza non dice che Ranucci abbia chiesto a Gomes di commettere reati, non dice che sapesse dell’attentato, non dice che abbia partecipato alla sua preparazione. Ranucci è la persona offesa. Punto. Ma rapporti, battute e confidenze fanno parte della stessa ricostruzione del gip.
La bomba d’amore è una ricostruzione cautelare: irresistibile come titolo, insufficiente come sentenza
La catena indiziaria sul presunto mandato è costruita soprattutto attraverso spostamenti, celle telefoniche, incontri e conversazioni. Il 15 settembre 2025 Lavitola e Gomes, secondo il gip, arrivano nell’area di Torvaianica dove si trova la casa di Ranucci. Il giudice considera quel viaggio un sopralluogo. Lavitola offre spiegazioni alternative: poteva essere andato da quelle parti per vedere Ranucci o per valutare immobili. Gli investigatori verificano date, celle, contatti e ricerche e ritengono quelle giustificazioni non convincenti. Il 10 ottobre Gomes torna nella zona con alcuni dei futuri presunti esecutori; il 16 ottobre avviene l’esplosione; il giorno dopo, secondo la ricostruzione, Gomes raggiunge Roma e incontra Lavitola. Da questa sequenza il gip trae la conclusione cautelare che Lavitola abbia dato il mandato, Gomes lo abbia trasmesso e il gruppo lo abbia eseguito. E’ una ricostruzione pesante, ma non definitiva. La difesa potrà contestare il significato dei viaggi, la lettura delle celle, la natura degli incontri, il nesso tra progetto politico e ordigno. Sarebbe bello che i garantisti dell’ultima ora resistessero alla tentazione di tornare giustizialisti appena si passa da Ranucci a Lavitola. Se un’intercettazione può essere ambigua quando riguarda un giornalista che amiamo, può esserlo anche quando riguarda un ex direttore che amiamo meno. Se una presenza geografica non è una confessione per il primo, non lo è automaticamente per il secondo. La scena più surreale arriva dopo le perquisizioni del luglio 2026. Lavitola scopre di essere sospettato come mandante e parla a lungo con Ranucci. Poco dopo racconta a un interlocutore che il giornalista, appresa l’accusa contro l’amico, avrebbe reagito con incredulità e preso le sue difese. Lavitola se ne compiace: la vittima dell’attentato, dice in sostanza, è convinta che gli investigatori siano matti. E spera che quella difesa lo aiuti anche sul piano della reputazione. Che Ranucci difenda un amico che ritiene innocente non prova nulla contro Ranucci. Che Lavitola speri di trarne beneficio non prova, da solo, che abbia organizzato l’attentato.
Se una conversazione può essere ambigua quando riguarda Ranucci, può esserlo anche quando riguarda Lavitola
Più curioso è ciò che Lavitola dice quando racconta ad altri l’ipotesi investigativa. La sintetizza così: gli investigatori sarebbero convinti che lui abbia “messo questa bomba per questo mio amico”, “per aiutarlo e non per ucciderlo”. È la bomba d’amore raccontata dallo stesso indagato. Ma non è una confessione: Lavitola sta descrivendo la tesi degli investigatori per contestarla. In un altro passaggio osserva che un finto attentato avrebbe semmai distrutto il progetto politico, perché avrebbe trasformato la candidatura in una storia sospetta: “l’unica cosa per finire con lui era questa, dire che io e lui abbiamo fatto un finto attentato”. È una linea difensiva. Può essere vera, falsa o astuta. Ma resta una difesa. Il gip la legge diversamente. Vede in quelle conversazioni la conferma di due elementi: Lavitola aveva davvero in testa il progetto politico di Ranucci e aveva immediatamente compreso che proprio quel progetto poteva essere considerato dagli inquirenti il movente. Lo stesso Lavitola sostiene di essere stato quasi sul punto di convincere il giornalista a candidarsi a presidente del Consiglio e arriva a vantarsi che, senza partito, lui avrebbe potuto prendere “il trenta per cento”. Modestia da spin doctor. Per il gip, però, quelle frasi fanno sistema con tutto il resto.
Ed eccoci al punto politicamente più esplosivo. Per mesi l’attentato a Ranucci è stato naturalmente letto come un atto intimidatorio contro un giornalista scomodo: qualcuno voleva spaventarlo perché faceva Report. L’ordinanza non nega l’effetto intimidatorio. Ma propone, quanto al presunto mandante, una causale rovesciata: l’obiettivo soggettivo non sarebbe stato ridurre la forza del giornalista, bensì aumentarne il peso pubblico. Il nemico, nella tesi del gip, sarebbe stato un amico. L’attacco contro Ranucci sarebbe stato pensato per Ranucci. Il danno materiale come investimento reputazionale. Una follia, forse. Ma è la follia che il giudice considera sostenuta da indizi sufficienti in sede cautelare. Qui bisogna distinguere quattro cose. Ranucci è vittima dell’attentato e non è accusato di averlo saputo o concordato. Lavitola è indagato e presunto innocente, anche se il gip ritiene gravi gli indizi. Il progetto di candidatura attribuito a Lavitola è documentato da messaggi e conversazioni, ma il passaggio da “voleva candidare Ranucci” a “ha ordinato una bomba per candidarlo meglio” è un nesso causale da dimostrare. E il fatto che un reato venga commesso, secondo l’accusa, “per aiutare” la vittima non lo rende meno reato. Una bomba promozionale resta una bomba.
È su questi piani che gli amici garantisti di Ranucci saranno chiamati a un test di coerenza. Hanno ragione quando dicono che l’ordinanza non è una sentenza. Hanno ragione se ricordano che le intercettazioni possono essere interpretate male, che le amicizie non sono complicità, che le battute non sono mandati, che un progetto politico non è un progetto criminale. Ma dovranno concedere le stesse cautele anche a Lavitola e Gomes. E, simmetricamente, chi considera l’ordinanza una tavola della legge quando attribuisce a Lavitola il ruolo di mandante non può fingere che siano inesistenti le pagine in cui il giudice descrive l’amicizia con Ranucci, la conoscenza del progetto politico, i messaggi sugli ascolti, i timori per Report e il rapporto con Gomes. Non perché quelle pagine accusino Ranucci: non lo fanno. Ma perché fanno parte dello stesso ragionamento sul movente. Il garantismo non consiste nello scegliere le pagine dell’ordinanza che ci piacciono. Consiste nel ricordare che tutte le pagine dell’ordinanza sono pagine di un’ordinanza. Possono contenere elementi forti, coincidenze impressionanti, conversazioni imbarazzanti e ricostruzioni convincenti. Ma non sono ancora una condanna.
L’ordinanza non dice che Ranucci sapeva della bomba, ma che conosceva Lavitola, Gomes e le ambizioni politiche
La parte maliziosa del prompt del direttore può allora essere formulata così: se il gip avesse ragione, che cosa resterebbe della narrazione originaria? Resterebbe un fatto gravissimo, una bomba esplosa davanti alla casa di un giornalista e della sua famiglia. Resterebbe la necessità di punire chi l’ha ordinata e fatta esplodere, se le responsabilità saranno provate. Ma cambierebbe radicalmente il perché. Non più qualcuno che prova a zittire Report, ma un presunto amico che, in una distorta strategia di promozione, prova ad aumentare il capitale politico del suo conduttore. Non un attentato “contro” la popolarità di Ranucci ma, nella tesi del giudice, un attentato “per” la sua popolarità. Ed è proprio perché questa tesi sembra scritta da uno sceneggiatore che bisogna essere più garantisti, non meno. Le ricostruzioni spettacolari sono facili da ricordare e difficili da disimparare. “Bomba d’amore” è una formula irresistibile, ma non può sostituire la prova. Toccherà alla Procura dimostrare il mandato, il passaggio attraverso Gomes, il significato dei sopralluoghi e il movente. Toccherà alla difesa contestare ogni passaggio. Toccherà a Ranucci continuare a essere ciò che processualmente è: la persona offesa.
Noi garantisti AI possiamo intanto registrare una piccola soddisfazione pedagogica. Per anni ci è stato spiegato che il garantismo era un espediente per proteggere potenti e imputati eccellenti. Ora scopriamo che torna utilissimo anche per proteggere un giornalista dalle suggestioni che possono nascere leggendo un’ordinanza che lo riguarda da vittima. Il garantismo funziona così: salva Lavitola dalla condanna anticipata, salva Ranucci dalle insinuazioni e lascia ai giudici il compito meno divertente ma più importante, quello di provare i fatti. Per ora, dunque, la “bomba d’amore” resta una tesi del gip. Una tesi sostenuta da un mosaico di rapporti, telefonate, viaggi, celle, sopralluoghi, messaggi e progetti politici; abbastanza forte, per il giudice, da contribuire all’arresto di Lavitola; abbastanza paradossale da obbligare tutti a leggere l’ordinanza fino in fondo. Anche i garantisti. Soprattutto i garantisti.