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Conte rinvia, ma è l’ora della chiarezza sull’Ucraina. E primarie al più presto
Il leader del M5s affida agli elettori del campo largo la linea sugli aiuti a Kyiv, ma così manda in crisi la strategia democratica del "prima il programma, poi il candidato". Se sarà il vincitore delle primarie a decidere la politica estera, allora è il leader a scrivere il programma, non il contrario
3 AGO 26

Il Pd dice da mesi che le primarie si faranno, certo, ma dopo. Prima il programma, poi il candidato. Prima si apparecchia la tavola, poi si decide chi siederà a capotavola. Giuseppe Conte, però, ieri ha cambiato l’ordine delle portate. Il nodo dell’Ucraina, ha detto, sarà sciolto con le primarie: “Faremo decidere gli italiani”. Se vincerà lui, niente nuovi aiuti militari a Kyiv e battaglia europea per una svolta negoziale. Benissimo. O meglio: malissimo sul merito, benissimo quanto a chiarezza. Perché Conte sull’Ucraina ha torto.
E’ incredibile che, dopo anni di invasione russa, si debba ancora discutere se sia giusto aiutare un paese aggredito a difendersi. Dire che Kyiv è la vittima e poi toglierle gli strumenti per resistere è un modo piuttosto creativo di stare dalla parte della vittima. E l’idea di risolvere tutto chiamando prima Zelensky e poi Putin rischia di trasformare una guerra di aggressione in una questione di rubrica telefonica. Conte ha comunque ribadito che il M5s non voterà nuovi aiuti militari, pur sostenendo sanzioni e aiuti economici.
Ma lasciamo per un momento da parte il merito. Sul metodo, chi ha ragione?
Il Pd sostiene che il programma debba essere scritto prima delle primarie. Conte dice che una parte fondamentale di quel programma, cioè la politica sull’Ucraina, sarà decisa da chi vincerà le primarie. Le due cose insieme non stanno in piedi. O la linea su Kyiv viene fissata prima, diventa un punto vincolante per tutti e chi non la condivide resta fuori dalla coalizione. Oppure la linea verrà decisa dopo, dal vincitore, e allora non è vero che il programma precede la scelta del leader.
Delle due l’una. O forse delle due Conte.
Pochi giorni fa, durante “In Onda”, il direttore del Foglio aveva chiesto a Stefano Bonaccini perché il centrosinistra, che considera la legislatura finita e si dice pronto a governare, non presentasse rapidamente il programma e non facesse subito le primarie. Bonaccini aveva definito la richiesta “infantile”. Ma infantile perché? Perché si pretende di sapere chi guiderà la coalizione? Perché si chiede a una forza politica pronta alle elezioni di dire con chi vuole governare e per fare cosa? Perché sarebbe prematuro conoscere la linea di un possibile governo italiano sull’Ucraina?
Dopo le parole di Conte, la risposta è ancora più urgente. Se il sostegno a Kyiv è un punto imprescindibile, il Pd deve dirlo prima delle primarie e chiedere a Conte se intende accettarlo. Se invece è una materia affidata al voto degli elettori del campo largo, allora saranno le primarie a scrivere il programma, non il contrario.
E a quel punto perché aspettare? Perché continuare con questa curiosa coalizione di Schrödinger, pronta a governare ma non ancora pronta a dire chi la guiderà, unita ma divisa sull’Ucraina, favorevole alle primarie purché si facciano il più tardi possibile?
Conte ha torto su Kyiv, ma ha reso un servizio alla chiarezza: ha ricordato che il leader non è il doppiatore di un programma scritto da altri. Il leader decide la linea. Se vince Schlein, il campo largo avrà una politica; se vince Conte, ne avrà probabilmente una opposta. Fingere che la differenza possa essere nascosta in qualche formula diplomatica non è serietà: è rinvio.
Dunque la domanda è semplice. La linea su Kyiv verrà stabilita prima delle primarie? Se sì, chi non la condivide può davvero stare nella stessa coalizione? Se no, perché il Pd continua a dire che il programma verrà prima?
Annunciare la data delle primarie subito e farle il prima possibile. E basta. Poi almeno sapremo con quale campo largo abbiamo a che fare.