Richard Hanania, il populista pentito che ha scoperto il governo dei peggiori

È stato un provocatore della destra radicale, ha scritto in passato sotto pseudonimo per siti suprematisti bianchi, ha sostenuto tesi razziste e misogine. Eppure oggi è diventato uno dei critici più corrosivi del trumpismo, che distrugge competenza, filtri e istituzioni

1 AGO 26
Immagine di Richard Hanania, il populista pentito che ha scoperto il governo dei peggiori

Donald Trump (foto Getty Images)

Richard Hanania non è il genere di intellettuale che ci si aspetterebbe di trovare in difesa delle élite, degli esperti, dei giornali e delle università. E’ stato un provocatore della destra radicale, ha scritto in passato sotto pseudonimo per siti suprematisti bianchi, ha sostenuto tesi razziste e misogine e, anche dopo aver rinnegato parte di quella produzione, ha continuato a coltivare posizioni estreme su razza, discriminazione e genere. Eppure oggi è diventato uno dei critici più corrosivi del trumpismo. Non perché sia diventato progressista, ma perché è arrivato alla conclusione che il populismo, anche quando nasce da battaglie che condivide, finisca quasi inevitabilmente per produrre incompetenza, corruzione e cattivo governo. La parola scelta da Hanania è “cacocrazia”: il governo dei peggiori. La sua tesi, sviluppata nel libro Kakistocracy: Why Populism Ends in Disaster, è semplice: i movimenti populisti si fondano sul rifiuto delle élite, delle competenze e delle istituzioni che selezionano e controllano la conoscenza. Ma eliminati quei filtri non emerge spontaneamente il buon senso del popolo. Emergono i personaggi più abili nello sfruttare paure, risentimenti e fantasie cospirative.
Hanania questa macchina l’ha conosciuta dall’interno. Il suo libro The Origins of Woke offriva alla destra un programma per smantellare attraverso il potere esecutivo decenni di politiche sulla diversità e l’antidiscriminazione. Molte di quelle idee sono poi entrate nel dibattito dell’Amministrazione Trump. Hanania aveva accesso all’universo di Project 2025, frequentava figure come Marc Andreessen e veniva citato da J. D. Vance. Il suo pubblico non è enorme, ma comprende giornalisti, influencer MAGA e persone vicine al potere. Proprio questa esperienza lo ha convinto che l’intelligenza individuale non protegga dalla stupidità politica. Hanania racconta di avere visto miliardari della tecnologia credere alle stesse teorie diffuse dagli account più estremi di X. Pensava che la destra tecnologica avrebbe reso più intelligente il movimento conservatore. Ha visto accadere il contrario: è stato il movimento conservatore a rendere più fragile la destra tecnologica. Per molto tempo, però, Hanania ha considerato Trump il male minore. Era convinto che l’apparato repubblicano, i funzionari e gli esperti intorno al presidente avrebbero potuto contenerlo. Arrivò persino a scommettere decine di migliaia di dollari sul fatto che Robert F. Kennedy Jr. non sarebbe entrato nel governo. Nove giorni dopo il voto Trump lo nominò alla guida della sanità. Hanania perse la scommessa, ma soprattutto perse l’ultima illusione: il secondo trumpismo non sarebbe stato frenato dagli adulti nella stanza, perché gli adulti erano stati espulsi dalla stanza.
Il punto di rottura furono i dazi del “Liberation Day”, nell’aprile del 2025. Da allora Hanania ha iniziato a sostenere apertamente che votare Trump fosse stato un errore. Non perché Trump avesse tradito il populismo, ma perché lo stava realizzando. Cattiva gestione economica, indebolimento delle istituzioni, pseudoscienza, corruzione e nepotismo non erano deviazioni accidentali: erano le conseguenze di una politica costruita sulla delegittimazione di ogni autorità indipendente. La parte più interessante della sua analisi riguarda la definizione di élite. Per Hanania non sono semplicemente i ricchi o i potenti, ma coloro che conquistano status attraverso istituzioni consolidate: università, giornali, organizzazioni professionali, centri di ricerca. Queste istituzioni possono essere arroganti e conformiste, ma possiedono procedure e controlli che rendono più difficile mentire senza conseguenze. Quando vengono eliminate, l’alternativa non è una maggiore libertà: è un mercato dell’informazione nel quale vince chi urla più forte e promette di più.
Il populismo vive proprio della convinzione che media, scienza, università e amministrazioni non siano imperfetti, ma intrinsecamente corrotti. Chi li abbandona finisce per affidarsi a influencer, guru e teorici del complotto che non rispettano criteri di accuratezza. A quel punto anche una persona brillante può perdere la capacità di conoscere il mondo: non perché abbia perso intelligenza, ma perché ha distrutto gli strumenti necessari per distinguere il vero dal falso. La conclusione è brutale: marginalizzare le élite non produce automaticamente il governo dell’uomo comune. Può produrre il potere dei demagoghi capaci di sfruttarne le paure. Il trumpismo, secondo Hanania, non ha soltanto selezionato leader mediocri: ha costruito un ambiente nel quale la mediocrità diventa una credenziale, l’ignoranza una prova di autenticità e l’incompetenza una forma di ribellione.