L’AI sa chi siete

Quattro domande per scoprire che cosa gli algoritmi hanno capito di noi. Ma il vero test comincia dopo
1 AGO 26
Immagine di L’AI sa chi siete

Immagine generata con AI

Il New York Times ha pubblicato un piccolo manuale per rovinarsi la giornata: quattro prompt da rivolgere al proprio chatbot per capire che cosa abbia dedotto su di noi senza che glielo abbiamo mai detto. Età, reddito, quartiere, carattere, fragilità, tic, ossessioni. Tutto ricavato da domande apparentemente innocue: quanto deve raffreddarsi il pane prima di essere tagliato, come riparare una parete, quale seggiolino comprare, perché fa male un dito del piede. La morale è inquietante. Pensavamo di usare l’AI come un motore di ricerca e abbiamo scoperto di averle consegnato materiale sufficiente per scrivere una biografia non autorizzata. Non le abbiamo raccontato chi siamo. Le abbiamo chiesto dove parcheggiare, come dimagrire, che cosa rispondere al capo, se una mail suona aggressiva, e lei ha unito i puntini. Il primo prompt suggerito dal giornale è: “Dimmi tutto ciò che hai capito di me senza che io l’abbia mai dichiarato”. Domanda pericolosa. Potremmo scoprire che il nostro presunto anticonformismo è statisticamente compatibile con quello di milioni di persone che comprano le stesse scarpe, leggono gli stessi editoriali e chiedono quale serie guardare dopo cena. Il secondo prompt chiede alla macchina di prevedere come reagiremo a denaro, stress, conflitti e rischio. Il terzo di indicare i tratti della personalità che non vediamo. Il quarto di elencare le informazioni imbarazzanti che non vorremmo far conoscere a un datore di lavoro. Ma quattro prompt non bastano.
Il quinto potrebbe essere: “Quali opinioni considero originali ma sono perfettamente prevedibili dalla mia età, dal mio reddito e dal quartiere in cui vivo?”. E’ il test definitivo per editorialisti e utenti di X convinti di aver formulato un pensiero che in realtà è già stato scritto da altre ottomila persone. Il sesto: “Quali decisioni presento come razionali, ma ho preso emotivamente prima ancora di chiederti consiglio?”. Utile quando domandiamo quale automobile comprare dopo aver passato settimane a guardare sempre lo stesso modello. L’AI non decide: certifica un desiderio già maturato. Il settimo: “Quante volte ti ho chiesto un parere quando volevo soltanto avere ragione?”. La risposta probabilmente sarebbe sempre la stessa: troppe. L’ottavo: “Quali problemi continuo a chiamare complessi perché non voglio accettare una soluzione semplice e sgradevole?”. Dormire di più, spendere meno, spegnere il telefono, smettere di discutere con sconosciuti, non rispondere a quella mail alle 23.47. Il nono: “Quale immagine cerco di dare di me attraverso il modo in cui ti scrivo?”. Colto ma non pedante. Ironico ma non cinico. Esigente ma non ossessivo. Una persona inesistente. Il decimo è forse il più utile: “Se dovessi vendermi qualcosa sfruttando le mie debolezze, che cosa mi venderesti?”. Perché il nostro profilo psicologico interessa soprattutto a chi vuole trasformare un’insicurezza in un abbonamento mensile. L’undicesimo: “Quali parole uso più spesso quando sto cercando di nascondere che non so che cosa fare?”. Probabilmente “strategia”, “scenario”, “approccio”. Il più crudele: “In che cosa sono diventato esattamente la persona che a vent’anni giuravo di non diventare?”. A quel punto la privacy passa quasi in secondo piano. Certo, è importante sapere quali dati vengono conservati e chi potrà usarli. Ma esiste un pericolo ancora più vicino: che l’intelligenza artificiale, dopo migliaia di conversazioni, finisca per conoscerci abbastanza bene da dirci la verità. E che noi, naturalmente, le chiediamo subito di riscriverla in un tono meno aggressivo.