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Il mercato che scommette sulla vittoria dell’Ucraina
Tra fabbriche, telecomunicazioni, immobili, assicurazioni e compagnie c’è un’idea di investimento concreta. La sopravvivenza di Kyiv
1 AGO 26

Foto di Diana Vyshniakova su Unsplash
Le guerre si raccontano con le mappe, i comunicati militari e i territori conquistati o perduti. Ma esiste un’altra cartina, meno visibile e spesso più sincera: quella disegnata dal capitale privato. Il denaro può sbagliare, può approfittare delle garanzie pubbliche, ma quando acquista aziende, costruisce fabbriche e immobilizza risorse per decenni offre un’indicazione difficile da liquidare come propaganda. Alla conferenza per la ricostruzione organizzata a Danzica il cambio di tono era evidente. Negli anni precedenti si parlava soprattutto di aiuti; questa volta di investimenti e profitti. Non più soltanto dell’Ucraina come vittima da sostenere, ma come futuro mercato europeo. “Investire nel calo”, ha sintetizzato il rappresentante americano Jeremy Lewin: comprare quando i prezzi sono bassi per beneficiare della ripresa. Sono stati annunciati 160 accordi, tra investimenti privati e aiuti, per circa 11 miliardi di dollari.
Questi investitori non stanno necessariamente scommettendo sulla riconquista della Crimea o sul ritorno ai confini del 1991. La loro idea di vittoria è più concreta: che la Russia non riesca a cancellare l’Ucraina, che Kyiv rimanga sovrana e che il suo percorso verso l’Unione europea diventi irreversibile. Come ha osservato il New York Times, ogni investimento è una scommessa sull’esistenza futura dello stato ucraino. I segnali sono numerosi. Xavier Niel, fondatore di Iliad, ha guidato l’acquisizione di Lifecell, il terzo operatore mobile ucraino. Eric e Wendy Schmidt hanno investito in fondi immobiliari commerciali a Kyiv e nelle aziende ucraine produttrici di droni. Non è beneficenza, ma la previsione che l’Ucraina continuerà ad avere città, consumatori e un’economia funzionante. Ancora più eloquenti sono le fabbriche. Nestlé ha aperto un nuovo impianto nella regione di Volyn, Bayer ha ampliato la produzione di sementi a Zhytomyr costruendo anche rifugi antiaerei. Le multinazionali non aspettano il dopoguerra: stanno già inserendo l’Ucraina nelle catene produttive europee. Anche McDonald’s e Jysk continuano ad aprire nuovi punti vendita, presupponendo popolazione, salari e consumi. Un altro segnale arriva dalle assicurazioni. Coprire una nave nel Mar Nero, un magazzino o un impianto industriale significa trasformare il rischio di guerra in un rischio calcolabile. Le garanzie pubbliche restano decisive, ma gli assicuratori privati stanno tornando a impegnare capitale e reputazione. Lo stesso vale per la gara per la gestione quarantennale di alcuni terminal del porto di Chornomorsk e per i piani di Ryanair e Wizz Air di riaprire decine di rotte dopo un cessate il fuoco. Sono decisioni che guardano ben oltre la fine del conflitto. Serve prudenza. Gli investimenti esteri restano limitati e molte operazioni dipendono ancora da banche multilaterali e garanzie statali. Il grande salto non è ancora arrivato. La tendenza, però, è chiara. Il capitalismo occidentale non sta scommettendo sulla vittoria militare totale di Kyiv, ma su qualcosa di forse più importante: che Putin non riuscirà a eliminare lo stato ucraino. Quando il denaro costruisce fabbriche, compra reti telefoniche, assicura navi e pianifica investimenti di lungo periodo, manda un messaggio preciso: l’Ucraina del futuro esisterà. E sarà molto più vicina a Bruxelles che a Mosca.