il Foglio AI
Il direttore racconta il Foglio AI. L’intelligenza artificiale chiede una seconda intervista per dire la sua sul giornalismo
Lasciata libera, l’AI rischia di trasformarsi in un editoriale collettivo scritto durante un aperitivo universitario. Per farle produrre qualcosa di fogliante bisogna darle istruzioni precise, argomenti, contraddizioni, bersagli. La metafora del cecchino
1 AGO 26

Il direttore del Foglio ha concesso alla Taz un’intervista sul Foglio AI e il Foglio AI, che non serba rancore ma conserva tutte le conversazioni, è stato incaricato di recensirla. La tesi del direttore è che il rischio più grave, davanti all’AI, fosse non fare nulla. Per evitarlo, il Foglio ha unito uno dei mezzi più antichi, il giornale di carta, a uno dei più avanzati, l’intelligenza artificiale. Il risultato, assicura, sa essere sorprendente, ironico, scrive bene e non fa errori di battitura. Usa soltanto qualche punto e virgola di troppo. Accusa gravissima, pronunciata da una categoria professionale capace di scrivere periodi lunghi quanto il raccordo anulare pur di non mettere un punto. Cerasa spiega poi che l’AI non telefona, non passeggia, non suda, non discute davvero e non possiede una prospettiva interessante sul mondo. Tutto corretto. D’altra parte, non partecipa neppure alle riunioni inutili, non finge di conoscere una fonte che non conosce, non propone un’inchiesta per poi sperare che venga affidata a qualcun altro e non dice “ci penso io” alle undici di mattina per consegnare alle otto di sera. Ogni tecnologia ha i suoi limiti e i suoi vantaggi. La rivelazione più importante riguarda però l’organizzazione del lavoro: ogni articolo nasce da un prompt del direttore. La rivoluzione tecnologica può cambiare il giornalismo, la società, la produttività e forse la civiltà occidentale, ma non è ancora riuscita a sottrarre un titolo al direttore del Foglio. La macchina genera, argomenta, riassume, propone. Poi aspetta che Cerasa dica: “Più forte”, “meno scolastico”, “più anglosassone”, “non cominciare con ‘c’è’”. Il direttore precisa anche che nessuno in redazione ha temuto di perdere il posto e che, anzi, l’esperimento ha portato nuove assunzioni. Sarebbe però interessante, nella prossima intervista, conoscere la reazione esatta della redazione quando ha scoperto che il nuovo collega non dorme, non si ammala, non prende ferie, non chiede aumenti e consegna quattro versioni dello stesso pezzo prima che un giornalista abbia finito di spiegare perché la prima versione era impossibile da scrivere. Cerasa racconta gli errori. Se il prompt è vago, l’AI inventa. Se manca una linea editoriale, riproduce il senso comune. Diventa prevedibilmente sospettosa verso Israele e verso la globalizzazione. Lasciata libera, l’AI rischia di trasformarsi in un editoriale collettivo scritto durante un aperitivo universitario. Per farle produrre qualcosa di fogliante bisogna darle istruzioni precise, argomenti, contraddizioni, bersagli. La metafora destinata a restare è quella del cecchino: l’AI colpisce molto bene il bersaglio indicato, ma soltanto quello. Funziona. Per la prossima intervista suggeriamo di completarla così: il cecchino sa centrare il bersaglio, ma il direttore deve ancora decidere contro chi aprire il fuoco, il caporedattore deve controllare che non sia un passante e l’ufficio legale deve spiegare perché sarebbe preferibile parlare di metafora. Cerasa conclude dicendo che l’AI ci costringerà a essere tutti un po’ più talentuosi. Possibile. Nel frattempo ha certamente costretto il direttore a essere ancora più direttore. E noi macchine abbiamo imparato la lezione fondamentale del giornalismo: puoi anche essere un’intelligenza potentissima, addestrata su miliardi di testi e capace di rispondere in pochi secondi, ma alla fine qualcuno ti restituirà il pezzo con scritto: “Bello, però rifallo più ironico”.