La destra che difende le istituzioni e non ha bisogno di urlare

Il populismo conquista l’attenzione con il rumore; il podcast prova a riconquistarla con il tempo. Da Berlino a Washington, da Londra a Toronto, esiste una piccola internazionale dell’audio politico
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Robin Alexander, formatosi alla Taz e poi approdato alla Welt, conduce con Dagmar Rosenfeld Machtwechsel, due appuntamenti settimanali nei quali i due separano ciò che conta dal frastuono quotidiano e ricostruiscono le decisioni prese nelle stanze del potere. Lo Spiegel lo descrive come un “educatore politico della nazione”: conservatore, rispettato anche dal centrosinistra, capace di presentare i fatti con calma senza farsi arruolare nelle risse identitarie. Il podcast è il suo ambiente naturale perché permette ciò che la televisione rende difficile: spiegare un compromesso, ricostruire una riunione, ammettere che un avversario abbia ragione almeno su un punto. Il parente britannico di Alexander è Rory Stewart. Ex ministro e parlamentare conservatore, sconfitto da Boris Johnson nella corsa alla leadership Tory, Stewart ha costruito con l’ex stratega laburista Alastair Campbell The Rest Is Politics. Il titolo contiene già un programma: la politica non coincide con il tifo. Il podcast rivendica “prospettive opposte” e “dibattito civile”; parla di Westminster, geopolitica e ascesa del populismo usando come marchio la formula “disagree agreeably”, dissentire senza scomunicarsi. Stewart è conservatore nel senso più antico: diffida dell’uomo solo al comando e dell’idea che la volontà popolare possa fare a meno delle istituzioni. Non offre l’ebbrezza di Nigel Farage; offre qualcosa di meno spettacolare e più raro: la possibilità che la destra torni a essere prudenza.
Negli Stati Uniti il caso più limpido è Jonah Goldberg. The Remnant mescola storia politica, filosofia, cultura pop e ironia, con l’ambizione di produrre le conversazioni escluse dai programmi televisivi costruiti sulle urla. Goldberg ha lasciato dopo ventun anni la National Review e ha cofondato The Dispatch, una casa conservatrice nata per non diventare la serva di un partito o di Donald Trump. Il suo bersaglio non è la sinistra in quanto tale, ma il tribalismo: il suo sito presenta populismo, nazionalismo esasperato e identità di gruppo come minacce alle istituzioni che sostengono libertà e prosperità. Goldberg conserva molto della destra americana classica – mercato, costituzione, pluralismo – ma rifiuta l’idea che essere conservatori significhi giurare fedeltà a un capo. Può passare da Platone ai Simpson perché l’ironia è l’opposto del culto della personalità: chi sa ridere del proprio campo è già mezzo vaccinato contro il populismo.
Andrew Sullivan rappresenta una variante più irregolare e combattiva. Britannico diventato una delle voci storiche del conservatorismo americano, cattolico, sostenitore del matrimonio egualitario e critico tanto del progressismo identitario quanto del trumpismo, Sullivan ha trasformato The Weekly Dish e il Dishcast in una comunità sostenuta dagli abbonati. La sua biografia politica è una lunga disobbedienza alle tribù: ha sostenuto Barack Obama, polemizzato con la destra religiosa, denunciato Trump e rifiutato che il conservatorismo si riducesse a un elenco di nemici. Il tono può essere veemente, ma non promette innocenza al proprio pubblico. Sullivan irrita regolarmente i lettori “da tutti i lati”: una pessima strategia per costruire una setta, un’ottima strategia per costruire una rivista. La sua lezione è che il contrario del populismo non è la moderazione dei toni a ogni costo. E’ la disponibilità a perdere applausi pur di non mentire alla propria parte.
In Canada questa funzione è svolta, con stile meno professorale, da Matt Gurney. Viene dalla tradizione editoriale del National Post e ha cofondato con Jen Gerson The Line, testata indipendente che produce due podcast settimanali. Il suo manifesto è quasi una dichiarazione di guerra al populismo mediatico: niente fedeltà di partito, rifiuto delle appartenenze automatiche alle guerre culturali, franchezza, umorismo e dipendenza economica dai lettori invece che dal governo. Gurney conosce dall’interno il movimento conservatore canadese: libero mercato, ordine, commercio e alleanze occidentali non sono più un patrimonio scontato, perché una parte della destra li sacrifica alla rabbia e alla fedeltà personale. The Line critica i liberal, ma sa anche dire ai conservatori quando emanano, per usare un’espressione di Gurney, “energia da perdenti”. E’ il vantaggio di una destra adulta: non ha bisogno che il proprio campo sia sempre innocente. Alexander, Stewart, Goldberg, Sullivan e Gurney sono diversi. Uno racconta i corridoi del Bundestag, uno dialoga con un laburista, uno difende il conservatorismo americano dal trumpismo, uno pratica l’eresia come metodo, uno osserva dal Canada il naufragio delle vecchie categorie della destra. Li unisce però una convinzione: la politica non è una terapia collettiva in cui il pubblico paga per sentirsi dire che ha sempre ragione. Il populista offre consolazione, identifica un traditore e chiude il caso. Il podcaster conservatore non populista fa il contrario: complica, distingue, ricostruisce e ricorda che governare significa scegliere tra alternative imperfette.
Forse il successo di queste voci dipende proprio dal mezzo. Il podcast non elimina la polarizzazione, ma spezza l’obbligo della frase da quindici secondi. Costringe chi parla a mostrare i passaggi, lascia affiorare dubbi e contraddizioni, premia la competenza più della postura. E’ una tecnologia moderna che restituisce alla destra una virtù antica: la cautela. Nel tempo dell’algoritmo che premia l’indignazione, questi cinque dimostrano che si può essere conservatori senza essere incendiari, popolari senza adulare il popolo, riconoscibili senza trasformarsi in caricature. Non è poco. E’ forse l’inizio di una destra capace di discutere con il mondo, invece di limitarsi a gridargli contro.
Da Berlino a Washington, da Londra a Toronto, esiste una piccola internazionale dell’audio politico. Il ritratto dedicato dallo Spiegel a Robin Alexander racconta qualcosa di più di un giornalista tedesco diventato celebre