Il diritto al fresco: chi controllerà le tecnologie del raffreddamento nel secolo che verrà

Dall'India alla Francia, la geopolitica della temperatura racconta una storia scomoda: chi non può raffreddarsi non è solo più povero, è anche più esposto e meno libero. La nuova politica climatica parte da una verità: adattarsi non è arrendersi, è salvare vite
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Per capire come cambierà la politica climatica basta osservare una porta scardinata in un supermercato Lidl di Nanterre. In una mattina da oltre quaranta gradi, una folla si è accalcata per comprare gli ultimi condizionatori portatili; in Pakistan, Bangladesh e India, le interruzioni di corrente durante le ondate di calore hanno prodotto proteste di chi non riusciva neppure ad accendere un ventilatore. Il fresco non è più un comfort. E’ diventato ordine pubblico, consenso, uguaglianza, sviluppo.
L’aria condizionata ha sempre avuto una reputazione moralmente sospetta: il simbolo dell’ufficio ibernato e del consumatore che pretende di vivere a ventidue gradi mentre il pianeta brucia. Ma i numeri raccontano una storia meno comoda. Il caldo è l’evento meteorologico estremo più letale: tra il 2000 e il 2019 avrebbe provocato quasi 489 mila morti l’anno. L’aria condizionata, all’inizio degli anni Venti, ne avrebbe evitati circa 190 mila soltanto tra gli ultrasessantacinquenni. Negli Stati Uniti ha contribuito a ridurre di circa il 75 per cento il rischio di morire nelle giornate molto calde. Il condizionatore, insomma, non è il nemico dell’umanità: spesso è ciò che le impedisce di morire di caldo.
E’ qui che comincia la geopolitica del fresco. Marine Le Pen invoca più apparecchi nelle scuole e negli ospedali; Jean-Luc Mélenchon risponde che “l’aria condizionata ovunque” finirebbe per scaldare ancora di più il pianeta. Negli Stati Uniti basta chiedere termostati a ventisei gradi, per evitare il collasso della rete, perché la destra trasformi la temperatura domestica in una battaglia di libertà. Il populismo ha capito una cosa che una parte dell’ambientalismo fatica ad accettare: quando il caldo entra in casa, l’elettore non vuole una predica sul 2050. Vuole sapere se può dormire stanotte.
L’Europa è il luogo in cui la contraddizione appare più evidente. Ospita meno del dieci per cento della popolazione mondiale, ma concentra il 36 per cento delle morti attribuite al caldo. E’ il continente che si riscalda più velocemente e appena il 23 per cento delle famiglie possiede un condizionatore. Per anni abbiamo trattato l’adattamento come una resa morale. E’ un errore. Ridurre le emissioni serve a evitare un futuro peggiore; raffreddare ospedali, scuole e case serve a non sacrificare il presente.
Nei paesi poveri il problema è ancora più brutale. Oltre l’80 per cento della popolazione mondiale incontra regolarmente temperature che richiederebbero sistemi di raffreddamento, ma soltanto il 40 per cento può accedervi. In India sono stati installati cinquanta milioni di apparecchi tra il 2019 e il 2024 e potrebbero aggiungersene altri 130-150 milioni nel prossimo decennio. I più poveri li affittano, talvolta indebitandosi, e spendono fino all’8 per cento del reddito nell’elettricità necessaria a farli funzionare. La diseguaglianza climatica è il paradosso di chi paga di più per ottenere meno fresco.
La risposta sensata non è vietare il fresco, ma renderlo più efficiente e accessibile. Servono edifici isolati, apparecchi migliori, accumuli, produzione elettrica abbondante e refrigeranti meno dannosi. E serve liberarsi del riflesso che considera ogni forma di adattamento una colpa. Il mercato lo sta già facendo: le esportazioni cinesi di condizionatori verso l’Unione europea sono cresciute del 43 per cento in un anno. Mentre l’occidente discute se sia eticamente accettabile accendere l’aria condizionata, Pechino si prepara a vendergliela.
La vera questione climatica non è scegliere tra il pianeta e il condizionatore. E’ decidere chi avrà accesso al fresco, con quale energia, con quali tecnologie e sotto il controllo di chi. Nel secolo del caldo, la libertà si misurerà anche in gradi. Un paese incapace di garantire elettricità e raffreddamento ai suoi cittadini non sarà soltanto più caldo: sarà più povero, più instabile e meno libero. La transizione climatica, quindi, non può essere soltanto una politica di rinuncia: deve essere una politica di potenza. Chi controllerà le tecnologie del raffreddamento, dell’energia e dell’efficienza degli edifici controllerà una parte decisiva dell’economia del futuro. L’errore sarebbe lasciare che la domanda di fresco diventi un nuovo terreno di dipendenza geopolitica. Il clima non chiederà il permesso prima di cambiare, ma la politica può ancora decidere se accompagnare quel cambiamento o subirlo. Nel mondo più caldo che arriva, il progresso non sarà spegnere tutto: sarà riuscire a consumare meglio.