Demenza, vaccini ed editing genetico. Le buone notizie che non fanno notizia

Il progresso scientifico cambia il mondo mentre siamo distratti

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Esiste una categoria di notizie che difficilmente troverete in apertura di un telegiornale: le catastrofi che non sono avvenute, le malattie che colpiscono meno, le vite salvate senza che nessuno possa associare a ciascuna di esse un nome e un volto. La scienza migliora spesso il mondo proprio così: senza immagini spettacolari, senza un momento esatto nel quale dichiarare vittoria, attraverso una successione di piccoli progressi che diventano visibili soltanto quando qualcuno si ferma a contare.
Il caso della demenza è straordinario. Per decenni abbiamo considerato l’invecchiamento delle società come l’anticamera di un’epidemia incontrollabile di Alzheimer e altre patologie cognitive. Eppure i dati raccontano una storia diversa. Quarant’anni fa, negli Stati Uniti, circa tre persone su dieci tra gli 85 e gli 89 anni soffrivano di demenza. Nel 2024 erano diventate una su dieci. In sei paesi europei e nordamericani l’incidenza è diminuita mediamente del 13 per cento ogni decennio; il Framingham Heart Study ha registrato un calo dei nuovi casi vicino al 20 per cento per decennio. Non significa che la demenza sia stata sconfitta. Viviamo più a lungo e gli anziani aumentano, quindi il numero complessivo dei malati può continuare a crescere. Significa però che, a parità di età, una persona corre oggi un rischio molto inferiore rispetto alle generazioni precedenti. La scoperta più incoraggiante riguarda le cause. La riduzione non sembra dipendere da un farmaco miracoloso, ma da molti miglioramenti apparentemente ordinari: più istruzione, meno fumo, migliore controllo della pressione, del colesterolo e del diabete, riduzione degli ictus, attività fisica, cura dell’udito e maggiore vita sociale. La demenza non è soltanto una disgrazia che precipita casualmente sulla vecchiaia: è spesso la conclusione di un processo cominciato decenni prima e sul quale individui e politiche pubbliche possono intervenire. La Commissione Lancet stima che fino al 45 per cento dei casi potrebbe essere ritardato o evitato agendo su quattordici fattori modificabili. Curare sordità e colesterolo alto, due problemi comuni ma spesso trascurati, potrebbe da solo ridurre il numero complessivo dei casi del 14 per cento. Persino chi possiede la variante genetica Apoe4, associata a un rischio molto maggiore di Alzheimer, sembra ottenere benefici particolarmente consistenti dagli interventi sullo stile di vita. I geni, insomma, influenzano il destino senza necessariamente scriverlo.
Poi c’è una scoperta sorprendente: il vaccino contro l’herpes zoster. Un esperimento naturale in Galles ha mostrato che la vaccinazione ha ridotto di circa il 20 per cento il rischio di sviluppare demenza nei sette anni successivi. Studi in Australia e Canada hanno prodotto risultati analoghi e nuove ricerche suggeriscono che il vaccino possa rallentare anche la progressione della malattia già esistente. Non è ancora la prova definitiva di una cura, ma è il genere di indizio che apre una strada completamente nuova: prevenire un’infezione potrebbe proteggere anche il cervello. Lo stesso ottimismo prudente vale per altre frontiere. I vaccini contro la malaria sono ormai inseriti nei programmi pediatrici di 25 paesi africani e puntano a raggiungere oltre dieci milioni di bambini ogni anno. Nei primi paesi che li hanno adottati, Ghana, Kenya e Malawi, una valutazione durata quattro anni ha stimato che sia stata evitata circa una morte infantile ogni otto tra i bambini destinatari della vaccinazione.
La malaria resta una tragedia: nel 2024 ha causato circa 610 mila morti. Ma nuovi vaccini, reti trattate con combinazioni di insetticidi e terapie preventive hanno contribuito a evitare nello stesso anno 170 milioni di casi e un milione di decessi. Quarantasette paesi e un territorio sono ormai certificati come liberi dalla malaria. Il progresso non ha eliminato il problema; ha dimostrato che eliminarlo non è più un’utopia. Nel frattempo l’editing genetico sta smettendo di essere una promessa fantascientifica. In uno studio del 2026 sull’anemia falciforme, una malattia ereditaria che provoca crisi dolorosissime e danni agli organi, 27 pazienti su 28 non hanno più avuto episodi vaso-occlusivi dopo il trattamento. Un’altra tecnica, il base editing, modifica con maggiore precisione alcune lettere del dna e ha prodotto risultati iniziali altrettanto incoraggianti. Non sono ancora terapie semplici, economiche o prive di rischi, ma mostrano che alcune malattie genetiche possono essere corrette alla radice anziché soltanto contenute. Nel 2025 l’agenzia americana del farmaco ha autorizzato 46 medicinali completamente nuovi; tra il 2025 e il 2026 sono arrivate le prime terapie geniche o cellulari per alcune malattie rare e gravissime, dalla sindrome di Wiskott-Aldrich alla grave immunodeficienza LAD-I. Sono patologie che riguardano poche persone e proprio per questo difficilmente diventano notizia. Per quelle famiglie, però, la differenza tra “incurabile” e “esiste una terapia” coincide con un cambiamento dell’intero universo. L’ottimismo scientifico non consiste nel negare i fallimenti. I nuovi farmaci contro l’Alzheimer producono per ora benefici modesti e possono causare effetti collaterali seri. Le terapie genetiche sono costose, complesse e accessibili a pochi. La malaria continua a uccidere centinaia di migliaia di persone. Ma il pessimismo commette l’errore opposto: fotografa ogni tragedia come se il mondo fosse immobile. Il progresso autentico raramente annuncia: “Da oggi il problema è risolto”. Dice piuttosto: oggi una persona su dieci si ammala, mentre ieri erano tre; oggi un vaccino evita una parte delle morti; oggi ventisette pazienti non hanno più avuto una crisi; oggi una malattia rarissima possiede per la prima volta una cura. Sono notizie meno rumorose delle emergenze. Ma sono quelle che, sommate, cambiano davvero il mondo.