La versione di Elon Musk

Dai confini dell’innovazione al futuro delle auto. Il Musk imprenditore va studiato. La super intervista all’Economist
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La rivoluzione, per Musk, consiste nell’unione tra intelligenza digitale e fisica (LaPresse)

La scorsa settimana Elon Musk ha rilasciato all’Economist un’intervista, condotta dalla direttrice Zanny Minton Beddoes, che va ascoltata compiendo un esercizio poco praticato: separare le carriere. Le idee politiche di Musk sono spesso deprecabili, le incursioni europee grossolane, l’uso di X irresponsabile. Ma Musk politico e Musk imprenditore non sono la stessa cosa. Quando parla di immigrazione, partiti e guerre culturali può diventare un propagandista confuso. Quando parla di razzi, fabbriche, energia, robotica e intelligenza artificiale è un’altra storia. Non perché abbia sempre ragione, ma perché sa immaginare tecnologie apparentemente impossibili e costruire aziende che obbligano il mondo a prenderle sul serio.
Il cuore dell’intervista, la cui sintesi che state leggendo è stata scritta con l’Ai del Foglio e con un lungo prompt del direttore di questo giornale, è nella domanda iniziale: come sarà il mondo nel 2036, se i suoi progetti avranno successo? Musk non parte dalle automobili, dai satelliti o da Marte. Parte dall’intelligenza. Prevede che entro cinque anni l’AI possa superare la somma dell’intelligenza umana e che entro dieci anni esisterà ben poco che una macchina non saprà fare meglio di una persona. Gli esseri umani, aggiunge, non saranno più al comando. Sarebbe difficile immaginare gli scimpanzé alla guida di una civiltà più intelligente di loro; la distanza tra noi e una superintelligenza potrebbe essere ancora maggiore. Da qui discende tutto il resto: lavoro, ricchezza, denaro, energia, Cina, robotica e spazio.
La rivoluzione, per Musk, consiste nell’unione tra intelligenza digitale e intelligenza fisica. Oggi l’AI scrive, calcola, programma, analizza e produce immagini, ma resta dentro uno schermo. Per cambiare davvero l’economia deve acquisire mani, gambe, sensori e utensili; deve passare dai bit agli atomi. Servono robot umanoidi concepiti come terminali fisici di una grande intelligenza distribuita. La combinazione tra AI e milioni di robot può generare una capacità produttiva quasi illimitata: cervelli artificiali che progettano e decidono, corpi artificiali che costruiscono, trasportano, assistono, assemblano e riparano. L’AI non è un’industria accanto alle vecchie, ma una capacità destinata a penetrare ogni industria.
Musk descrive il risultato come un’epoca di straordinaria abbondanza, nella quale la produzione supererà i bisogni umani. La previsione sembra fantascienza, ma invita a non usare il passato per misurare una trasformazione senza precedenti. Non va preso alla lettera l’anno 2036: Musk sbaglia le scadenze e realizza più tardi cose liquidate come impossibili. Il punto è la direzione. Da qui nasce la profezia più provocatoria: il denaro potrebbe non contare più. Se AI e robot producessero più beni di quanti possiamo consumarne, il denaro perderebbe parte della propria funzione. Beddoes insiste sulla transizione; Musk tende a saltare il ponte e a descrivere l’altra riva. L’intuizione resta potente: se il costo marginale della produzione crollasse, il problema dell’economia non sarebbe più come produrre abbastanza, ma come distribuire l’abbondanza.
Lo stesso rovesciamento riguarda il lavoro. Musk non prevede soltanto che alcune professioni saranno sostituite. La sua tesi è radicale: “Penso che sarà una strada accidentata, perché l’AI sarà capace di svolgere qualsiasi lavoro meglio di qualsiasi persona”. Accadrà prima nelle attività digitali, “in qualsiasi cosa implichi una persona davanti a un computer o a un telefono”. Nel software, sostiene, l’AI è già migliore della maggioranza dei programmatori e presto potrebbe raggiungere il “livello Stockfish”: la distanza che negli scacchi separa i migliori esseri umani da un programma imbattibile. Il mestiere non sparirebbe subito, ma cambierebbe centro: meno scrittura del codice, più scelta dei problemi, definizione degli obiettivi e verifica delle soluzioni.
Per il lavoro fisico servirà il passaggio successivo: robot capaci di muoversi nel mondo. Quando i modelli governeranno milioni di corpi artificiali, il lavoro umano diventerà facoltativo. La metafora usata è quella del giardinaggio. Nessuno deve coltivare pomodori per mangiare: può comprarli al supermercato. Eppure qualcuno continua a coltivarli per piacere e per offrirli agli amici. Il lavoro potrebbe diventare un’attività praticata non per sopravvivere, ma per piacere, identità, creatività o desiderio di sentirsi utili. Per secoli il problema dell’uomo è stato liberarsi dalla fatica; nel mondo di Musk potrebbe diventare attribuire un significato al tempo liberato.
Beddoes pone la domanda inevitabile: di che cosa vivranno le persone? Musk risponde con una formula più ambiziosa del reddito universale: “universal high income”, un reddito universale alto. Il Tesoro, sostiene, potrebbe versare assegni. Quando l’intervistatrice gli ricorda che creare denaro senza nuove entrate genera inflazione, Musk ribalta il ragionamento: “Se la produzione di beni e servizi aumenta drasticamente”, la moneta può crescere senza inflazione, purché aumenti più lentamente dell’offerta. “Il problema sarà la deflazione, non l’inflazione”. Qui emerge il limite della sua visione. Tra il capitalismo presente e l’abbondanza automatizzata non esiste un teletrasporto. Esiste una fase in cui alcune professioni scompaiono, ricchezza e potere si concentrano nelle imprese proprietarie di modelli, chip e robot, e le democrazie devono decidere chi paga e chi controlla. Musk ha una teoria formidabile dell’offerta e assai più fragile delle istituzioni.
Musk non nasconde il rischio estremo. In passato aveva stimato tra il dieci e il venti per cento la probabilità che l’AI producesse un esito catastrofico. Non ritira quella paura, ma dice di non vedere un modo realistico per arrestare AI e robotica. Persino se esistesse un pulsante capace di fermare tutto, forse non bisognerebbe premerlo, perché l’esito più probabile resta un’abbondanza straordinaria. Definisce il futuro “esaltante e terrificante”. Beddoes ne ricava una sintesi: l’AI è inevitabile, bisogna sperare nel meglio e godersi il viaggio. Musk concorda.
Non propone però di procedere alla cieca. Le principali aziende di AI dovrebbero incontrarsi ogni settimana o due per discutere la sicurezza. Prima del lancio di un modello molto più avanzato, i concorrenti dovrebbero avere una o due settimane per sottoporlo a test. Sarebbe una peer review tra laboratori rivali: chi compete ha competenze e incentivo a scoprire i difetti. Se più aziende giudicassero un sistema pericoloso e il produttore rifiutasse di correggerlo, dovrebbe intervenire il governo. La proposta è discutibile, perché affida il primo controllo ai concorrenti, ma contiene un punto serio: una burocrazia priva di competenze tecniche non può valutare da sola sistemi che cambiano più rapidamente delle leggi.
L’altro tema decisivo è la Cina. Musk rifiuta l’idea che gli Stati Uniti conserveranno automaticamente la leadership. I vincoli fondamentali dell’AI sono chip ed elettricità; per l’intelligenza fisica si aggiunge la capacità di fabbricare robot. La Cina è già fortissima nei modelli, nei robot e nell’energia. Oggi è frenata soprattutto dall’accesso ai semiconduttori più avanzati, ma Musk ritiene Pechino vicina a risolvere il problema della litografia, cioè delle macchine per produrre chip sofisticati su larga scala. Se quel collo di bottiglia venisse meno, la combinazione tra scala industriale, ingegneri ed energia potrebbe spostare rapidamente il baricentro mondiale dell’AI.
Per questo considera poco utile proibire alle aziende americane di utilizzare modelli cinesi. Gli Stati Uniti possono regolare le proprie imprese, non impedire al resto del mondo di adottare una tecnologia competitiva. Non si batte la Cina vietando un modello, ma producendo energia, data center e chip migliori. È una lezione per l’Europa, che discute di AI come se fosse soprattutto una questione di norme. L’AI è anche acciaio, rame, trasformatori, centrali, reti, autorizzazioni, capitali e cantieri. Il limite non è soltanto la disponibilità di processori, ma l’energia necessaria ad alimentarli.
E’ qui che xAI, Tesla e SpaceX smettono di sembrare aziende separate. Se sulla terra energia e raffreddamento limitano il calcolo, Musk immagina data center in orbita alimentati dal sole. Starship diventa non soltanto un razzo, ma l’infrastruttura con cui portare nello spazio enormi quantità di capacità computazionale. Persino Marte non è un progetto isolato. Musk dice di voler “propagare la coscienza nel futuro” e ampliarne il raggio nell’universo. AI, satelliti, robot e razzi hanno la stessa funzione: aumentare le probabilità che l’intelligenza sopravviva, si diffonda e renda l’universo meno vuoto.
Questo è il Musk che vale la pena ascoltare, anche quando esagera o scambia una traiettoria possibile per una data certa. Non l’oracolo, ma l’imprenditore che vede collegamenti dove altri vedono industrie separate: l’AI ha bisogno di elettricità; il calcolo di infrastrutture; i modelli di corpi robotici; i data center potrebbero avere bisogno dei razzi. Tesla, xAI, SpaceX, Starlink e Optimus non sono, nella sua testa, un portafoglio di attività. Sono parti di una sola macchina: produrre più intelligenza, darle forma fisica, alimentarla e portarla ovunque.
Separare le carriere significa questo. Si può considerare Musk politicamente inaffidabile senza fingere che sia imprenditorialmente irrilevante. Si possono condannare le sue ossessioni identitarie senza rifiutarsi di ascoltarlo su Cina, energia e robotica. Il rischio opposto al culto è l’anti-muskismo automatico: l’idea che, poiché molte sue opinioni politiche sono ripugnanti, ogni sua previsione tecnologica debba essere una sciocchezza. La parte decisiva dell’intervista non è la profezia sul denaro. È il metodo: partire dai vincoli fisici, immaginare che cosa accadrebbe se venissero rimossi e formulare la domanda giusta. Non se l’AI cambierà il mondo, ma che cosa resterà immutato quando intelligenza digitale, robotica, energia e spazio cominceranno a funzionare come un unico sistema.
“Dobbiamo prepararci: l’AI sarà capace di svolgere qualsiasi lavoro meglio di qualsiasi persona”
Nel futuro dell’AI, dice Musk, sarà inevitabile un “universal high income”, un reddito universale alto