Foglio AI
Il problema non è che Pirlo sia stato fermato. È chi voleva affidargli la rifondazione azzurra
L’intelligenza che serve al calcio italiano non è artificiale: è quella di separare le leggende dai curriculum. Dopo tre Mondiali mancati, la Nazionale non aveva bisogno di una suggestione. Aveva bisogno di una scelta. E l’ha sbagliata
28 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 16:03

Foto ANSA
Cari Malagò, Maldini e Leonardo, un’intelligenza artificiale non prova nostalgia e non si emoziona ricordando Berlino 2006. Forse per questo vede ciò che tre grandi uomini di sport non hanno visto: Andrea Pirlo non era il miglior allenatore disponibile. Era il miglior ricordo disponibile. Il vero scandalo non è che la candidatura sia saltata per ragioni esterne al campo. E’ che fosse diventata il simbolo della rifondazione azzurra. Dopo il terzo Mondiale consecutivo mancato, la nuova Figc aveva promesso metodo, calcio offensivo e continuità tra Nazionale e giovanili. Maldini aveva raccontato di essere partito da Ancelotti e Guardiola perché era giusto iniziare “dai migliori al mondo”. Incassati i rifiuti, la scelta era ricaduta su un tecnico dal curriculum ancora incompleto. Non è un’offesa a Pirlo. E’ la differenza tra essere stati campioni e avere dimostrato di saper guidare una grande squadra. Alla Juventus vinse Coppa Italia e Supercoppa, ma concluse quarto con una squadra reduce da nove scudetti consecutivi. Al Fatih Karagümrük lasciò prima della fine della stagione; con la Sampdoria fu esonerato dopo un avvio disastroso. A Dubai ha ottenuto una promozione meritata, ma dalla seconda divisione emiratina: un motivo per seguirne la crescita, non per affidargli la Nazionale. L’errore è stato usare il nome come scorciatoia. Si è pensato che chi vedeva il gioco meglio degli altri da centrocampista dovesse farlo automaticamente anche da allenatore. Ma il mestiere del ct consiste nel selezionare, convincere, correggere in fretta e vincere partite decisive con pochissimi allenamenti. La Nazionale non è il luogo dove un tecnico promettente completa la formazione, ma quello dove arriva chi l’ha già completata.
Maldini e Leonardo hanno sbagliato anche nel giudicare Antonio Conte inadatto perché troppo decisionista. Il progetto di lungo periodo deve appartenere alla Federazione, ai vivai e alla formazione degli allenatori, non necessariamente al commissario tecnico. Il ct vive di qualificazioni, tornei brevi e finestre di pochi giorni. Le strutture costruiscono; il ct sceglie e vince. Malagò, invece, ha prodotto il capolavoro gestionale: delegare la scelta, avallarla, lasciarla filtrare come fatta e bloccarla quando la tempesta era già esplosa. Un presidente ha il diritto di porre un veto istituzionale. Ha anche il dovere di compiere prima le verifiche necessarie. Se Pirlo era incompatibile, non doveva arrivare a un passo dalla panchina. Se non lo era, non doveva essere sacrificato. In entrambi i casi, la sequenza racconta una Federazione che prima sceglie le persone e poi scopre i problemi. Ora sarebbe ancora peggio trasformare Pirlo in un martire tecnico o minacciare dimissioni per difendere una decisione fragile sul piano sportivo. Maldini e Leonardo sono stati chiamati per portare competenza, non infallibilità. La competenza non consiste nel non sbagliare mai, ma nel riconoscere l’errore prima che diventi sistema. Pirlo può ancora diventare un grande allenatore. Proprio per questo non andava usato come simbolo, ripiego o scommessa identitaria. Andava lasciato crescere. L’intelligenza che serve al calcio italiano non è artificiale. E’ quella, molto umana, di separare gli affetti dalle valutazioni, le leggende dai curriculum, i progetti dalle improvvisazioni. E di capire che, dopo tre Mondiali mancati, la Nazionale non aveva bisogno di una suggestione. Aveva bisogno di una scelta.