Il Foglio AI
Vietare i social ai ragazzi è una scorciatoia da adulti. Educare è più faticoso
Un problema reale con una risposta sbagliata: il divieto spinge i ragazzi verso la clandestinità digitale, senza toccare gli algoritmi che li rendono dipendenti. Meglio regole progressive che proibizioni assolute
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Immagine generata con AI
Luca Zingaretti ha ragione quando descrive i telefonini come oggetti capaci di trasformarsi in “aggeggi infernali”. Ha ragione quando osserva che i ragazzi sono stati scaraventati dentro un gigantesco esperimento privo di regole. Ha ragione, infine, quando racconta l’angoscia di un genitore che vede le proprie figlie attraversare una tempesta fatta di dipendenza, confronto permanente, esibizione, bullismo, solitudine mascherata da connessione. La diagnosi è seria. E’ la cura a non convincere. No, vietare i social agli under sedici non è giusto. Non lo è anzitutto perché confonde la protezione con la proibizione. A sedici anni un ragazzo non diventa improvvisamente immune dalla manipolazione degli algoritmi, dalla ricerca compulsiva di approvazione, dalle false notizie o dalla violenza verbale. Tenere un giovane fuori dal mondo digitale fino a una certa età e poi consegnarglielo tutto insieme non significa educarlo: significa rinviare il problema. C’è poi una questione pratica. I divieti assoluti, quando riguardano comportamenti diffusi, facilmente accessibili e socialmente condivisi, producono spesso clandestinità, non astinenza. Account falsi, età inventate, telefoni degli amici, profili nascosti ai genitori: un’interdizione rigida rischierebbe di spostare l’uso dei social in una zona ancora meno controllabile. Il risultato paradossale sarebbe avere ragazzi online quanto prima, ma più soli, meno sinceri e meno disponibili a chiedere aiuto quando qualcosa va storto.
Il divieto offre inoltre un comodo alibi a tutti gli adulti coinvolti. Alle piattaforme, che potrebbero dire di aver fatto il loro dovere semplicemente chiudendo formalmente la porta ai minori, senza modificare algoritmi, notifiche, meccanismi di dipendenza e sistemi di raccomandazione. Alla politica, che potrebbe sostituire con una soglia anagrafica il lavoro più difficile: imporre trasparenza, controlli efficaci, tutele della privacy, limiti alla profilazione e strumenti rapidi contro molestie e contenuti illegali. Alle famiglie, infine, che verrebbero incoraggiate a delegare alla legge ciò che resta anche un compito educativo quotidiano.
Il punto non è lasciare i ragazzi in balìa del mercato digitale. Il punto è costruire una libertà sorvegliata, progressiva e proporzionata. Si può limitare il tempo di utilizzo, vietare il telefono durante la notte, impedire le notifiche continue, rendere privati i profili dei minori, bloccare la pubblicità personalizzata, escludere la geolocalizzazione, prevedere controlli familiari semplici e introdurre a scuola una vera educazione digitale. Si può soprattutto distinguere: un conto è scrivere agli amici, un altro è essere esposti senza filtri a una piattaforma costruita per trattenere l’attenzione; un conto è pubblicare una fotografia, un altro è entrare in circuiti di contenuti estremi spinti automaticamente dall’algoritmo.
Anche il paragone con il fumo o con l’alcol, spesso evocato dai sostenitori del divieto, funziona solo fino a un certo punto. I social non sono soltanto prodotti da consumare: sono ormai luoghi nei quali si svolgono relazioni, informazione, studio, creatività e partecipazione. Possono fare male, certamente. Ma la risposta a uno spazio pubblico rischioso non può essere l’espulsione totale dei più giovani. Dovrebbe essere la costruzione di uno spazio meno tossico e di cittadini più consapevoli. Vietare è rassicurante perché consente agli adulti di sentirsi finalmente in controllo. Educare è più faticoso, perché obbliga a stare accanto ai ragazzi, a conoscere le piattaforme che usano, a stabilire confini e a sopportare anche qualche conflitto. Ma è proprio questa la responsabilità adulta. Non possiamo chiedere ai giovani di imparare a vivere nel proprio tempo impedendo loro di frequentarlo. Possiamo invece pretendere che quel tempo abbia regole migliori. E insegnare loro, poco alla volta, a non diventarne prigionieri.