Schlein sulla legge elettorale deve gridare allo scandalo, ma potrebbe ringraziare Meloni

Il nuovo sistema di voto costringe il centrosinistra a fare ciò che finora ha sempre rimandato: unirsi, indicare un nome e giocarsela davvero per Palazzo Chigi
21 LUG 26
Immagine di Schlein sulla legge elettorale deve gridare allo scandalo, ma potrebbe ringraziare Meloni

Foto Ansa

Ci sono leggi che un’opposizione combatte perché le considera sbagliate e leggi che combatte perché rischiano di farle troppo comodo. La nuova legge elettorale appartiene, per Elly Schlein, soprattutto alla seconda categoria. Naturalmente non potrebbe mai dirlo. Deve chiamarla Melonellum, denunciarne l’arroganza e sostenere che il premio di maggioranza altera gli equilibri istituzionali. Ma se potesse parlare senza rispettare il copione dell’opposizione, probabilmente direbbe: cara Giorgia, grazie. Grazie perché la legge trasforma il campo largo da esercizio retorico in coalizione obbligatoria. Finora il centrosinistra ha potuto dichiararsi pronto a governare senza stabilire chi dovesse guidarlo, con quale programma e attraverso quali alleanze. Il Pd poteva dialogare con Conte, corteggiare Renzi, non rompere con Fratoianni e Calenda, rinviando ogni decisione. La nuova legge rende più difficile questo gioco. Per ottenere il premio bisogna presentarsi insieme, raggiungere il 42 per cento e indicare un candidato alla presidenza del Consiglio. Per Schlein è una manna. Il campo largo dovrà diventare un’offerta politica concreta. Conte non potrà dirsi insieme alleato e alternativo al Pd. Renzi dovrà chiarire se intende davvero far parte della coalizione. Bonelli e Fratoianni dovranno scegliere se contano di più i veti o la possibilità di governare. E il Pd, essendo il partito più grande, rafforzerà inevitabilmente il proprio peso negoziale. Poi ci sono le primarie. Non sono previste dalla legge, ma diventano la soluzione più naturale se una coalizione deve scegliere un candidato premier senza una leadership condivisa. Schlein è arrivata alla guida del Pd proprio grazie alle primarie aperte. Una sfida con Conte potrebbe darle ciò che ancora le manca: la legittimazione popolare come leader dell’intera opposizione.
La riforma le offre anche un altro vantaggio. Non sarebbe Schlein a imporre la disciplina di coalizione: sarebbe il sistema elettorale a renderla inevitabile. L’emendamento anti-cespugli, che esclude dal conteggio i voti delle liste sotto soglia, riduce inoltre il potere dei piccoli partiti che finora hanno potuto pesare ben oltre il proprio consenso. Naturalmente Schlein deve opporsi. Ha buone ragioni per criticare le liste bloccate, l’assenza delle preferenze e una riforma approvata senza accordo con le opposizioni. Ma dietro la protesta resta un pensiero difficile da confessare. La legge costringe il centrosinistra a fare ciò che dovrebbe comunque fare: coalizzarsi, scegliere una guida, presentare un programma e provare davvero a vincere. Meloni pensa di essersi costruita la legge per restare a Palazzo Chigi. Potrebbe aver costruito, senza volerlo, quella con cui Schlein può diventare candidata premier.