Scambiare la forza di Pechino per un destino inevitabile

La potenza cinese è vera o esagerata? Il mito è che sia onnipotente

21 LUG 26
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Foto LaPresse

La potenza cinese è vera o esagerata? La risposta più sensata è: vera nei numeri, esagerata nella profezia. E’ vera quando si guarda a ciò che la Cina è già in grado di produrre, esportare e condizionare. E’ esagerata quando da questi risultati si deduce che il sorpasso sugli Stati Uniti sia automatico e che l’occidente abbia già perduto la partita. La forza più concreta di Pechino non è la propaganda, ma la fabbrica. La Cina controlla oltre l’80 per cento delle principali fasi produttive dei pannelli solari e domina batterie, veicoli elettrici, cantieristica e molte tecnologie pulite. Nel 2025 le esportazioni cinesi di tecnologie energetiche hanno superato i 165 miliardi di dollari, circa la metà del commercio mondiale del settore esclusi gli scambi interni europei. La stessa ambizione si vede nell’intelligenza artificiale. Xi non vuole soltanto modelli competitivi: vuole che la Cina contribuisca a stabilire gli standard, formi i paesi emergenti e offra loro tecnologie open source meno costose di quelle occidentali. Quasi trenta paesi hanno aderito alla nuova organizzazione promossa da Pechino e alcune imprese occidentali stanno sperimentando modelli cinesi. Il divario con i laboratori americani non è scomparso, ma si sta restringendo. La Cina ha capito che il potere tecnologico non consiste solo nell’inventare: consiste nel creare dipendenze, alleanze e regole. E’ reale anche la potenza militare. Nel 2025 Pechino ha speso circa 336 miliardi di dollari per la difesa, contro i 954 degli Stati Uniti. La Cina può intimidire i vicini, esercitare una pressione crescente su Taiwan e cambiare gli equilibri dell’Indo-Pacifico; non possiede ancora la rete globale di alleanze e basi che accompagna la forza americana. Il limite più serio è economico. Il pil cinese è aumentato del 5 per cento nel 2025 e il Fondo monetario prevede il 4,6 per cento nel 2026. Ma nel primo semestre di quest’anno la crescita è scesa al 4,7 per cento e il modello mostra crepe profonde: crisi immobiliare, debiti degli enti locali, investimenti inefficienti, domanda interna debole e pressioni deflazionistiche. Il Fondo monetario chiede a Pechino di spostare risorse dagli investimenti alla protezione sociale e ai consumi. La grande fabbrica cinese produce moltissimo, ma le famiglie cinesi non comprano abbastanza. Poi c’è la demografia. Nel 2025 la popolazione è diminuita di 3,39 milioni di persone: 7,92 milioni di nascite contro 11,31 milioni di morti. Una società che invecchia dispone di meno lavoratori e deve spendere di più per pensioni e sanità. Il controllo autoritario può accelerare una decisione industriale, ma non può ordinare alle famiglie di avere figli, agli imprenditori di fidarsi o agli investitori di dimenticare l’arbitrarietà politica.
Il paradosso cinese è qui. Il sistema centralizzato permette di concentrare risorse con una velocità impressionante, ma la stessa concentrazione può soffocare le informazioni, punire l’errore e scoraggiare l’iniziativa privata. Xi può costruire una filiera; non può fabbricare per decreto la fiducia. La Cina va dunque presa sul serio senza essere mitizzata. Sottovalutarla significa non vedere che l’occidente ha lasciato nelle sue mani troppe industrie strategiche. Sopravvalutarla significa credere alla propaganda secondo cui democrazia, mercato e libertà sarebbero tecnologie superate. La Cina non è una tigre di carta, ma non è neppure una macchina invincibile. E’ una superpotenza autentica, gravata da contraddizioni autentiche. La partita diventa perduta soltanto quando l’occidente decide che lo sia.